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L’Onu ridisegna le mappe: quando l’ideologia piega la scienza

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Una decisione presentata come correzione scientifica rivela invece tutta la sua natura ideologica.  Presentare la Equal Earth come una mappa “più realistica” è già di per sé una forzatura concettuale.

La decisione dell’ONU di promuovere la proiezione Equal Earth come riferimento globale non può essere letta come un semplice aggiornamento tecnico della cartografia, ma va interpretata per quello che è: una scelta eminentemente politica, costruita attorno a un obiettivo simbolico più che scientifico. Non è un caso che la risoluzione sia stata sostenuta da una campagna esplicita, “Correct the Map”, promossa da Paesi africani con l’intento dichiarato di correggere una presunta “visione sbilanciata” del mondo, in cui l’Africa apparirebbe ridimensionata rispetto alle potenze del Nord globale .

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Il punto centrale è proprio questo: non si sta intervenendo su un errore scientifico, ma su una percezione. La proiezione di Mercatore, infatti, non è mai stata pensata per rappresentare fedelmente le superfici, bensì per risolvere un problema concreto di navigazione. La sua distorsione delle aree è una conseguenza matematica inevitabile del tentativo di trasformare una sfera in un piano, non il risultato di un’intenzione politica. La cartografia, per sua natura, impone scelte e compromessi: non esiste alcuna rappresentazione bidimensionale della Terra che possa conservare contemporaneamente aree, forme, distanze e direzioni. Questo è un principio noto e consolidato nella scienza geografica .

 

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Presentare la Equal Earth come una mappa “più realistica” è già di per sé una forzatura concettuale. È più corretta nella rappresentazione delle superfici, ma introduce inevitabilmente altre distorsioni, in particolare nelle forme e nelle distanze. Le proiezioni equivalenti, infatti, per definizione non possono preservare le forme reali dei continenti: è un limite matematico dimostrato e non aggirabile . Dunque non esiste alcun progresso scientifico in senso assoluto, ma solo uno spostamento del tipo di errore che si decide di accettare.

Eppure, il linguaggio utilizzato nel dibattito internazionale non è neutro. Si parla di “giustizia cartografica”, di “riequilibrio delle percezioni”, di superamento di eredità coloniali. Si tratta di categorie politiche e culturali, non scientifiche. Lo stesso promotore della risoluzione ha collegato esplicitamente l’iniziativa alla necessità di affrontare le “eredità del colonialismo” e di offrire una rappresentazione più equa del mondo . Questo passaggio è decisivo, perché sancisce il cambio di paradigma: la mappa non è più uno strumento tecnico, ma un mezzo per correggere una narrazione.

Il fatto che la risoluzione non sia vincolante conferma ulteriormente questa natura simbolica. Non cambia nulla nella cartografia operativa, nella navigazione, nei sistemi GPS o nelle applicazioni scientifiche, dove la proiezione di Mercatore continua a essere utilizzata perché funzionale allo scopo. L’invito dell’ONU riguarda soprattutto ambiti educativi, istituzionali e comunicativi, cioè luoghi in cui la rappresentazione ha un valore culturale più che tecnico .

In questo senso, la scelta appare chiaramente ideologica: non perché sia illegittima, ma perché risponde a un obiettivo esterno alla scienza. Si vuole modificare il modo in cui il mondo viene percepito, non migliorare la precisione complessiva della rappresentazione geografica. È una differenza sostanziale. La scienza cartografica non viene “corretta”, ma utilizzata selettivamente per sostenere una determinata visione del mondo.

Il rischio, però, è quello di confondere piani diversi. Sostituire una proiezione con un’altra non elimina la distorsione, ma la redistribuisce. Parlare di “mappa più vera” diventa quindi fuorviante, perché suggerisce un progresso oggettivo che in realtà non esiste. Esiste invece una scelta: privilegiare la rappresentazione delle aree rispetto ad altri parametri. Ed è una scelta legittima, ma non neutrale.

La decisione dell’ONU non segna un avanzamento scientifico, bensì un cambio di prospettiva culturale. La cartografia diventa strumento di riequilibrio simbolico, e la rappresentazione del mondo viene adattata a un’esigenza politica contemporanea. È qui che si consuma il passaggio decisivo: dalla scienza della misura alla politica della percezione.

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