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250 anni di Amedeo Avogadro: il torinese che coniò l’invisibile

avogadro

Il 9 agosto 1776, mentre Torino era ancora la capitale del Regno di Sardegna  nasceva a Torino Amedeo Avogadro. A 250 anni dalla nascita, la sua storia conserva qualcosa di incredibile: formulò uno dei principi fondamentali della chimica, ma il mondo scientifico impiegò decenni per comprenderne davvero l’importanza. E il celebre “numero di Avogadro”, in realtà, Avogadro non lo calcolò mai.

Il suo nome che già da solo sembrava richiedere parecchio spazio sui documenti: Lorenzo Romano Amedeo Carlo Avogadro, conte di Quaregna e Cerreto.

Oggi il suo cognome è pronunciato nelle scuole e nelle università di mezzo mondo. Ma Avogadro non ebbe una vita da scienziato-star. Non viaggiò per l’Europa mostrando esperimenti spettacolari, non costruì macchine destinate a stupire il pubblico e non divenne il protagonista dei salotti scientifici del continente.

Fece qualcosa di molto meno appariscente e molto più importante: capì una cosa che gli altri non avevano ancora capito.

Prima curiosità: Avogadro non doveva fare lo scienziato

La prima sorpresa della sua biografia è che il futuro padre di uno dei principi fondamentali della chimica studiò legge.

La scelta era perfettamente comprensibile. Avogadro apparteneva a una famiglia aristocratica piemontese e suo padre Filippo Avogadro era un importante magistrato. Per il giovane Amedeo sembrava quindi già tracciata una rispettabilissima carriera giuridica.

Fu anche uno studente estremamente precoce. Si dedicò al diritto ecclesiastico e conseguì giovanissimo il dottorato.

Se avesse seguito docilmente la strada prevista dalla famiglia, probabilmente oggi il suo nome sarebbe conosciuto soltanto dagli storici piemontesi.

Invece cominciò ad appassionarsi a matematica e fisica.

E cambiò la storia della chimica.

Un autodidatta nella scienza

Avogadro non seguì quindi il percorso che oggi considereremmo normale per diventare un grande fisico. Costruì una parte importante della propria formazione scientifica attraverso lo studio personale.

Il momento era particolarmente favorevole.

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento la conoscenza della materia stava attraversando una rivoluzione. Alessandro Volta aveva sviluppato la pila, John Dalton proponeva la propria teoria atomica e Joseph Louis Gay-Lussac studiava le sorprendenti relazioni tra i volumi dei gas.

Gli scienziati avevano però un problema enorme: non erano ancora perfettamente d’accordo su che cosa fossero atomi e molecole e su come interpretarli.

È qui che entrò in scena il torinese.

L’idea che sembrava troppo semplice

Nel 1811, Avogadro pubblicò in francese un lavoro destinato a diventare storico.

La sua proposta, tradotta nel linguaggio moderno, era sorprendentemente semplice: volumi uguali di gas, alla stessa temperatura e alla stessa pressione, contengono lo stesso numero di molecole.

È quello che oggi chiamiamo principio o legge di Avogadro.

Provate a immaginare due recipienti identici. In uno mettiamo idrogeno, nell’altro ossigeno. Se temperatura, pressione e volume sono uguali, il numero di molecole contenute nei due recipienti è uguale.

Oggi uno studente di chimica incontra questo principio nelle prime fasi del proprio percorso.

Nel 1811 era un’intuizione rivoluzionaria.

Avogadro contribuiva infatti a risolvere uno dei grandi problemi della nascente teoria atomica: distinguere correttamente atomi e molecole e comprendere come le particelle degli elementi potessero combinarsi.

Aveva trovato una chiave.

Il problema era convincere gli altri che quella chiave apriva davvero la porta.

Una scoperta fondamentale che quasi nessuno festeggiò

Qui arriva uno dei grandi paradossi della storia della scienza.

L’ipotesi di Avogadro non venne immediatamente accolta.

Per decenni rimase sottovalutata.

Le ragioni furono diverse. La terminologia della chimica dell’epoca era ancora incerta, esistevano teorie concorrenti e il confine tra concetti come atomo e molecola non era chiaro come oggi.

Inoltre Avogadro non sembra essere stato particolarmente interessato alla costruzione di una propria celebrità internazionale. Era descritto come un uomo riservato e dedito allo studio.

Insomma, se fosse vissuto nel XXI secolo, probabilmente avrebbe avuto qualche difficoltà con il personal branding.

Aveva però una caratteristica decisamente più importante: aveva ragione.

Il professore piemontese

Avogadro insegnò fisica e matematica a Vercelli e nel 1820 ottenne la cattedra di fisica matematica all’Università di Torino.

Anche qui, però, la storia decise di complicargli la vita.

Dopo i moti politici del 1821, la cattedra venne soppressa. Gli anni della Restaurazione piemontese non erano esattamente il periodo più tranquillo per la vita universitaria.

Avogadro riuscì successivamente a tornare all’insegnamento torinese e proseguì per molti anni la propria attività accademica.

Nel frattempo si era sposato con Felicita Mazzé e aveva costruito una famiglia numerosa.

La sua immagine è lontanissima dallo stereotipo dello scienziato pazzo.

Niente capelli elettrizzati, niente provette che esplodono, niente laboratori avvolti dal fumo.

Il suo principale strumento scientifico era qualcosa di molto meno cinematografico: il ragionamento.

Il numero di Avogadro? Avogadro non lo conosceva

Ed eccoci alla curiosità che sorprende maggiormente gli studenti.

Amedeo Avogadro non calcolò mai il celebre numero di Avogadro.

Quel valore venne determinato attraverso studi successivi, quando la fisica sperimentale aveva raggiunto strumenti e conoscenze che Avogadro non possedeva.

Oggi la costante di Avogadro vale esattamente:

6,02214076 × 10²³ mol⁻¹

Dal 2019 questo valore è fissato esattamente nella definizione della mole del Sistema Internazionale.

Scritto per esteso significa:

602.214.076.000.000.000.000.000

Un numero difficile persino da immaginare.

Per avere un’idea delle sue dimensioni, se qualcuno decidesse di contare una particella ogni secondo senza mai fermarsi, non gli basterebbero neppure lontanamente i circa 13,8 miliardi di anni trascorsi dalla nascita dell’Universo.

Il suo nome venne associato a questa grandezza successivamente proprio in riconoscimento dell’importanza della sua intuizione sui gas e sulle molecole.

Morì prima di assistere alla propria rivincita

Questa è forse la parte più affascinante e malinconica della vicenda.

Amedeo Avogadro morì a Torino il 9 luglio 1856, poco prima di compiere ottant’anni.

Quattro anni dopo accadde qualcosa di fondamentale.

Nel 1860 si svolse il celebre Congresso di Karlsruhe, uno degli appuntamenti cruciali della chimica ottocentesca.

Qui un altro italiano, il palermitano Stanislao Cannizzaro, contribuì in maniera determinante alla diffusione di un metodo coerente per stabilire masse atomiche e molecolari, mostrando quanto fosse utile proprio il principio formulato decenni prima da Avogadro.

La comunità scientifica cominciò finalmente a comprendere pienamente quanto fosse stata importante quell’intuizione del 1811.

Avogadro non poté assistere alla propria consacrazione.

È uno dei grandi scherzi della storia della scienza: puoi avere ragione e dover aspettare mezzo secolo perché gli altri se ne accorgano.

Il torinese conosciuto da ogni studente di chimica del pianeta

A 250 anni dalla sua nascita, c’è qualcosa di straordinario nel pensare alla dimensione internazionale raggiunta dal nome Avogadro.

Uno studente può trovarsi a Torino, Londra, Tokyo, Pechino, New York o Buenos Aires: se studia chimica, prima o poi incontrerà quel cognome piemontese.

Non perché Avogadro abbia inventato uno strumento spettacolare o perché una sua fotografia sia diventata iconica.

Ma perché riuscì a vedere un ordine invisibile nella materia.

Dietro un palloncino pieno di gas, dietro una reazione chimica, dietro una quantità apparentemente insignificante di sostanza si nasconde un universo popolato da numeri vertiginosi di particelle.

Avogadro contribuì a fornire agli scienziati uno degli strumenti concettuali necessari per entrare in quel mondo.

Ed è forse questo il modo migliore per ricordarlo il 9 agosto 2026, esattamente 250 anni dopo la sua nascita.

Torino ha dato i natali a politici, artisti, imprenditori, scrittori e inventori. Ma sono pochissimi i torinesi il cui cognome viene pronunciato quotidianamente nei laboratori scientifici di tutto il pianeta.

Amedeo Avogadro è uno di loro.

E la parte più bella della storia è che tutto cominciò con un giovane aristocratico destinato alla legge che, a un certo punto, decise che capire come funzionava la materia era molto più interessante che occuparsi soltanto di codici e tribunali.

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