News Società

Scuola, classi più equilibrate e integrazione: perché il nuovo decreto punta su regole più chiare

pexels-sfean-zaben-552364-17639056

Il nuovo decreto scuola introduce una serie di misure destinate a modificare il modo in cui le istituzioni scolastiche affrontano uno dei temi più delicati degli ultimi anni: l’integrazione degli studenti con background migratorio. Il principio dichiarato dal Governo è quello di costruire classi più equilibrate, rafforzare l’apprendimento della lingua italiana e impedire che alcune scuole si trasformino, di fatto, in istituti caratterizzati da una concentrazione molto elevata di alunni che non conoscono ancora adeguatamente l’italiano.

Il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre prevede, a partire dall’anno scolastico 2027/2028, che nelle classi prime la presenza di determinati studenti con cittadinanza non italiana non superi il 30 per cento. Il criterio, tuttavia, non riguarda indistintamente tutti gli studenti stranieri: sono previste esclusioni legate, tra l’altro, alla nascita in Italia e alla frequenza della scuola dell’infanzia o di un adeguato periodo del sistema scolastico italiano. Nella scuola secondaria il principio viene applicato tenendo conto anche della continuità del percorso scolastico e della conoscenza della lingua.

Il punto centrale, dunque, non è semplicemente stabilire quanti ragazzi stranieri possano entrare in una classe, ma evitare concentrazioni che rendano più difficile il lavoro degli insegnanti e il percorso di apprendimento di tutti gli studenti. Quando il limite non può essere rispettato per l’elevato numero di iscrizioni, il decreto prevede un intervento degli Uffici scolastici territoriali per distribuire gli studenti tra istituzioni scolastiche vicine, tenendo conto del principio di prossimità e delle esigenze familiari.

Un principio che non nasce oggi

Presentare questa impostazione come una novità assoluta sarebbe però storicamente impreciso. Il tetto del 30 per cento era già previsto dalla circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, firmata dall’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Il problema è che quella disposizione è rimasta in larga parte non applicata, anche per la difficoltà di coordinare le iscrizioni e distribuire gli studenti tra scuole differenti.

Ma il principio di evitare la concentrazione degli alunni immigrati nelle stesse classi è ancora più antico. Nel 1989 e nel 1990, quando Sergio Mattarella era ministro della Pubblica istruzione, due circolari ministeriali affrontarono espressamente il problema dell’inserimento degli studenti stranieri.

La circolare n. 301 dell’8 settembre 1989 raccomandava di considerare le esigenze linguistiche e culturali degli alunni immigrati e indicava come criterio didattico l’opportunità, in determinate situazioni, di non superare quattro o cinque alunni dello stesso Paese nella medesima classe. La successiva circolare n. 205 del 26 luglio 1990 ribadiva l’opportunità di distribuire gli alunni stranieri, indicando nuovamente il riferimento di cinque studenti dello stesso gruppo linguistico per classe.

È importante, però, distinguere le due impostazioni: le circolari di Mattarella non prevedevano un tetto generale del 30 per cento e non disponevano lo spostamento degli studenti verso altre scuole come fa oggi il nuovo impianto normativo. Il loro obiettivo era comunque quello di evitare concentrazioni linguistiche eccessive e favorire l’integrazione con gli studenti italiani.

Il tema, quindi, attraversa governi e orientamenti politici differenti. Il nuovo decreto porta quel principio dentro una disciplina legislativa più precisa e introduce un criterio quantitativo destinato a rendere più uniforme l’organizzazione delle classi.

Cosa accade negli altri Paesi europei

L’Italia non affronta un problema isolato. In numerosi sistemi scolastici europei il tema della concentrazione degli studenti con background migratorio è da tempo oggetto di politiche specifiche.

Non esiste, tuttavia, un modello europeo unico basato sul 30 per cento. I diversi Paesi hanno scelto strumenti differenti. Austria, Danimarca, Germania e Lituania, per esempio, hanno sviluppato forme di sostegno linguistico e classi specifiche per gli studenti che non possiedono ancora una sufficiente conoscenza della lingua d’insegnamento. In alcuni casi queste attività vengono affiancate alla frequenza delle classi ordinarie, proprio per evitare una separazione prolungata.

La Svezia utilizza invece un sistema dedicato ai cosiddetti nuovi arrivati: gli studenti che arrivano con una conoscenza scarsa o nulla dello svedese vengono valutati nelle loro competenze e possono frequentare temporaneamente attività introduttive, continuando però a essere inseriti nelle classi ordinarie nella misura consentita dalle loro competenze linguistiche. L’obiettivo dichiarato è portarli progressivamente verso la piena partecipazione alla didattica comune.

Anche l’OCSE considera la concentrazione degli studenti con background migratorio una questione rilevante per i sistemi educativi. Le sue analisi sottolineano che una distribuzione più equilibrata può ridurre la pressione sulle scuole e sugli insegnanti soprattutto quando arrivano in tempi rapidi molti studenti che non conoscono la lingua del Paese ospitante.

Questo non significa, naturalmente, che una maggiore presenza di studenti immigrati determini automaticamente risultati scolastici peggiori. Le analisi OCSE evidenziano che gli effetti dipendono anche da fattori socioeconomici, dalle condizioni delle scuole, dalle risorse disponibili e dalle politiche di sostegno.

La lingua italiana diventa uno degli strumenti dell’integrazione

Un’altra parte importante del decreto riguarda proprio la conoscenza della lingua italiana. Il Governo considera l’italiano uno degli strumenti fondamentali per consentire agli studenti stranieri di partecipare pienamente alla vita scolastica e sociale.

Il provvedimento prevede inoltre percorsi linguistici rivolti ai genitori degli studenti che presentano gravi difficoltà di inserimento scolastico. Secondo quanto illustrato dal ministro Giuseppe Valditara, nei casi previsti dalla norma potranno essere attivati percorsi di apprendimento dell’italiano e, in caso di mancata partecipazione, sono previste sanzioni amministrative.

La scelta si inserisce in un orientamento più ampio. L’OCSE considera infatti la conoscenza della lingua del Paese di accoglienza un elemento fondamentale dell’integrazione scolastica e sociale e raccomanda forme di sostegno linguistico mirato, soprattutto per chi arriva senza una conoscenza adeguata della lingua.

Volto scoperto a scuola e regole comuni

Il decreto interviene anche sulla possibilità di partecipare alle attività scolastiche con il volto completamente coperto. Salvo specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza, il provvedimento vieta durante le attività scolastiche e nei rapporti scuola-famiglia modalità che impediscano il riconoscimento del volto e prevede sanzioni amministrative.

Anche su questo tema l’Italia si inserisce in un dibattito europeo già aperto da tempo, nel quale diversi Paesi hanno introdotto restrizioni all’uso del velo integrale in determinati spazi pubblici o istituzionali. Le motivazioni e la disciplina concreta, tuttavia, variano sensibilmente da Stato a Stato.

Una scuola che cerca un equilibrio

Il senso complessivo del provvedimento può quindi essere letto come un tentativo di affrontare contemporaneamente tre esigenze: diritto allo studio, qualità dell’insegnamento e integrazione.

Il tetto del 30 per cento non nasce dal nulla e non rappresenta neppure una soluzione esclusivamente italiana. In Italia esisteva già sulla carta dal 2010 e il tema della distribuzione degli studenti stranieri nelle classi era stato affrontato molto prima, anche durante il ministero di Sergio Mattarella. Allo stesso tempo, diversi sistemi europei utilizzano strumenti differenti per affrontare la concentrazione degli alunni immigrati e soprattutto le difficoltà linguistiche.

La vera novità del decreto è quindi il tentativo di rendere più vincolanti e operative alcune regole che in passato erano affidate soprattutto a circolari, raccomandazioni e alla capacità organizzativa delle singole scuole.

L’obiettivo dichiarato è evitare le cosiddette classi-ghetto, senza trasformare l’origine dello studente in un criterio di esclusione. Il discrimine diventa soprattutto il percorso scolastico e la conoscenza della lingua italiana: chi è già inserito nel sistema educativo italiano non viene trattato allo stesso modo di chi arriva per la prima volta e non conosce la lingua.

È una scelta destinata a suscitare discussione, ma il tema di fondo è concreto: come garantire un’integrazione effettiva senza lasciare sole le scuole davanti a concentrazioni molto elevate di studenti appena arrivati? Il nuovo decreto prova a rispondere introducendo regole più definite, accanto agli strumenti di sostegno linguistico e alla redistribuzione degli alunni quando necessario.

Comments

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *