Ventinove giugno 2007. Esce l’iPhone.
Steve Ballmer, CEO Microsoft, non ci pensa su due volte: “500 dollari? Troppo caro! Senza tastiera? Non conquisterà mai niente”. Anche il New York Times era sicuro che Apple non avrebbe mai venduto un cellulare.
C’è un dettaglio che pochi sanno di quella presentazione del 9 gennaio 2007 al Macworld di San Francisco. Il prototipo che Steve Jobs teneva in mano durante la dimostrazione non funzionava. Non “funzionava male” — non funzionava, punto. Il WiFi era instabile, la memoria saltava improvvisamente, lo schermo non era nemmeno allineato correttamente con la scocca. Dietro le quinte, gli ingegneri di Apple sedevano in prima fila con una bottiglia di scotch a portata di mano. Se Jobs avesse fatto un gesto sbagliato, il dispositivo si sarebbe bloccato live, davanti a cinquemila persone, demolendo completamente quella che sarebbe diventata la presentazione più importante della storia della tecnologia moderna.
Non è successo. Jobs ha mantenuto la calma olimpica di chi sa esattamente che sta vedendo il futuro, anche se il futuro che sta mostrando è solo un’illusione ben orchestrata.
Sei mesi dopo, il 29 giugno 2007, l’iPhone esce nei negozi americani. Il prezzo è scandaloso: 499 dollari per il modello da 4GB, 599 per l’8GB. Steve Ballmer, CEO di Microsoft, aveva già sentenziato con certezza: “Non c’è nessuna possibilità che l’iPhone conquisti una quota significativa del mercato. Nessuna”. Il giornalista del New York Times David Pogue aveva scritto che Apple probabilmente non avrebbe mai fatto un cellulare. I tempi non sembravano maturi per un telefono senza tastiera fisica.
Eppure, il primo giorno, le persone iniziano a fare coda davanti agli Apple Store cinque giorni prima dell’apertura. Non erano tre o quattro curiosi. Erano migliaia. Qualcuno aveva già capito che quella era storia.
In 74 giorni, Apple vende un milione di iPhone. Non in un anno, non in sei mesi — in poco più di due mesi. È una cifra che sembra piccola oggi, quando Apple vende centinaia di milioni di dispositivi ogni anno, ma nel contesto del 2007 rappresentava un’affermazione definitiva: il mondo era pronto per questa rivoluzione, anche se gli esperti dicevano il contrario.
C’è un aneddoto che circola nei racconti di quei primi giorni: uno dei primi acquirenti italiani fu un ragazzo di 22 anni di nome Ciro. Lavorava in un call center del ministero della Pubblica Istruzione. Per ottenere uno di quei telefoni, ha fatto una coda chilometrica a Roma la notte del lancio dell’iPhone 3G. Quando finalmente ha potuto acquistarlo, ha dichiarato ai giornalisti: “Scelgo l’iPhone perché è Apple. E Apple è uno stile di vita”. Non era una battuta pubblicitaria — era l’inizio di una vera e propria religione laica attorno a un oggetto di vetro e alluminio.
Anni dopo, un iPhone di prima generazione sigillato nella scatola originale è stato venduto all’asta per 40.000 dollari. Era stato comprato nel 2007 per 599 dollari. La crescita del valore non era solo legata alla rarità — era il prezzo che il mercato riconosceva a quella macchina del tempo, un oggetto che aveva iniziato una rivoluzione mentre ancora non funzionava completamente.
COME HA RIVOLUZIONATO LA NOSTRA VITA
Se dovessi spiegare come l’iPhone ha cambiato la nostra vita in una sola frase, direi questo: ha reso il computer portatile non un lusso, ma una necessità indispensabile, e lo ha fatto mentre contemporaneamente trasformava lo stesso concetto di cosa significa essere connessi.
Prima dell’iPhone, la tecnologia mobile era complicata. I telefoni avevano tastiere fisiche, piccoli schermi, interfacce che richiedevano uno stilo per navigare. Inviare una email dal telefonino era una questione di minuti, se non di ore. Le foto si scattavano con fotocamere separate. La musica si ascoltava con iPod dedicati. Ogni funzione viveva in un ecosistema parallelo — il telefono per telefonare, il lettore MP3 per la musica, la macchina fotografica per le foto, il navigatore GPS per le indicazioni stradali.
L’iPhone ha collassato tutto questo in un unico oggetto. Una singola finestra di vetro su cui scorrere con il dito, multitocco, intuitivo. Non avevi bisogno di leggere un manuale. Toccavi lo schermo e le cose succedevano. Era il primo smartphone che sembrava progettato non per gli ingegneri ma per gli esseri umani.
Il vero cambiamento però è venuto dopo, quando Apple ha aperto l’App Store nel 2008. Al lancio c’erano 500 applicazioni. Una settimana dopo, 10 milioni di download. Tre mesi dopo, 100 milioni. Non era più solo un telefono — era una piattaforma, uno spazio aperto dove chiunque poteva costruire mondi paralleli.
Questo ha significato che la comunicazione, letteralmente, è cambiata forma. Prima dell’iPhone, stavi al tuo computer a casa o in ufficio per mandare email. Poi hai preso il tuo iPhone dalla tasca, e il tuo computer se l’è portato via. L’email non era più una cosa che facevi seduto a una scrivania — era una cosa che facevi mentre stavi in piedi al bar, al parco, sull’autobus. La conseguenza è stata che il lavoro non ha più avuto un luogo fisico preciso.
I social media, che esistevano già su computer (Facebook era stato fondato nel 2004), hanno trovato su iPhone il loro vero veicolo. Con uno smartphone sempre in tasca, connesso a internet, dotato di fotocamera e GPS, i social network non erano più un’attività discrezionale. Diventavano il modo naturale di vivere la giornata. Non postavi una foto quando tornavi a casa e accendevi il computer — postavi una foto mentre la scattavi, dal luogo in cui te la trovavi, con la geolocalizzazione, con la caption scritta mentre eri ancora lì.
La comunicazione si è democratizzata. Non c’era più distinzione tra il “chi parla” e il “chi ascolta”. Chiunque avesse un iPhone poteva diventare un editore, un produttore di contenuti, un giornalista. Una notizia poteva diffondersi in pochi secondi non perché una testata la aveva pubblicata, ma perché una persona normale l’aveva vista, fotografata e condivisa.
Tutto è diventato sempre disponibile. La navigazione GPS, che prima era una funzione specializzata, è diventata qualcosa che usi ogni giorno per non perderti in una città nuova. Le foto, che prima conservavi in un album, diventano infinite — scatti decine di foto ogni giorno sapendo che lo spazio non è un problema. La musica, che prima dovevi scaricare e sincronizzare, arriva in streaming ovunque tu sia.
Ma c’è un secondo ordine di effetti, più profondo. L’iPhone ha reso possibile la connessione costante con altre persone. Puoi essere in contatto con chiunque, ovunque, in qualsiasi momento. Questo ha trasformato il modo in cui lavoriamo (gli uffici non servono più perché puoi lavorare da casa), il modo in cui manteniamo le relazioni (puoi mandare un messaggio a un amico che non vedi da anni), il modo in cui consumiamo notizie (non aspetti il telegiornale alle 20, ricevi una notifica al minuto in cui succede qualcosa nel mondo).
L’iPhone ha anche trasformato il commercio. Non hai più bisogno di andare in un negozio fisico — ordini dal divano con la tua camera in mano, paghi con il tuo telefono, ricevi a casa. Le imprese non hanno più bisogno di una vetrina di via principale — possono costruire un’impresa globale da una camera da letto, raggiungendo clienti in tutto il mondo.
E ha cambiato il nostro rapporto con il tempo. Prima, eri connesso quando decidevi di stare connesso — quando ti sedevi alla scrivania con il computer. Ora, il tempo della connessione e il tempo della vita quotidiana sono diventati la stessa cosa. Non esci di casa per “andare online” — stai online mentre vivi. E il problema è che non sempre è una cosa bellissima. La connessione costante ha significato anche dipendenza, ansia, il paradosso di essere sempre raggiungibili ma mai veramente soli.
Diciannove anni dopo quella presentazione semisegreta al Moscone West, dove il prototipo non funzionava davvero, l’iPhone è stato venduto in due miliardi di unità. Ha rappresentato, per Apple, il passaggio da azienda tecnologica a azienda di servizi globali. Ha generato un ecosistema di app, servizi, abbonamenti che guadagna decine di miliardi di dollari all’anno.
Ma il vero cambio è più semplice da riassumere: abbiamo trasformato la nostra tasca in un centro di potere. Quello che prima richiedeva una scrivania, un computer, una connessione fissa, ora lo portiamo con noi. E mentre la tecnologia è diventata più piccola, la nostra vita è diventata più connessa, più esposta, più veloce, più fragile.
Steve Jobs probabilmente non poteva sapere tutto questo quando stava sul palco con un prototipo che non funzionava, mantenendo quella calma olimpica da profeta. Ma aveva visto abbastanza per capire che il modo in cui comunichiamo, lavoriamo e viviamo stava per cambiare per sempre.
E ha avuto ragione.

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