C’è un pianeta che, più di ogni altro, abita da secoli l’immaginazione umana: Marte. Rosso come il fuoco, vicino abbastanza da essere osservato, lontano abbastanza da restare misterioso, il Pianeta Rosso rappresenta da sempre il confine tra ciò che conosciamo e ciò che ancora sogniamo di raggiungere. Oggi, però, quel sogno ha assunto i contorni concreti della scienza, della tecnologia e della geopolitica dello spazio.
In Marte, la nuova frontiera dello spazio, Antonio Lo Campo e Walter Ferreri uniscono competenze, esperienza e passione in un’opera scritta a quattro mani che racconta il passato, il presente e soprattutto il futuro dell’esplorazione marziana. Il volume ripercorre le grandi intuizioni pionieristiche, le missioni robotiche che hanno trasformato Marte da punto luminoso nel cielo a mondo reale e osservabile, e le prospettive delle future spedizioni umane.
Per approfondire i contenuti del volume e capire quanto sia davvero vicino il momento in cui l’uomo poserà piede sul Pianeta Rosso, abbiamo fatto qualche domanda a uno degli autori: Antonio Lo Campo. Dalle sue parole emerge con chiarezza un’idea forte: Marte non è fantascienza, ma un obiettivo reale, complesso, costoso e difficile, che richiederà cooperazione internazionale, nuove tecnologie e una visione politica di lungo periodo.
Perché avete pensato all’esigenza di scrivere un libro che parli di esplorazioni del pianeta rosso?
Due anni fa, Sam Scimemi, uno dei capi del Programma Artemis, nel corso di una mia intervista, e dopo avere parlato molto di Luna mi disse: “Mi raccomando, scriva anche che però il grande obiettivo finale di Artemis, è Marte. Andremo sulla Luna per restarci, ma anche per farne una base di partenza per la conquista di Marte”. In realtà il nostro libro è un progetto che risale a ben prima di due anni fa. Ma Scimemi non fa altro che confermare che la vera, grande e sfidante conquista spaziale è Marte. Non è un caso che l’uomo che ha inviato gli USA sulla Luna con l’Apollo, cioè Werner von Braun, a cui ho dedicato un breve capitolo nel libro, prima di progettare i razzi per le missioni lunari, nel lontano 1952 già progettava in dettaglio missioni su Marte. Le ragioni per cui abbiamo deciso con il dottor Ferreri di scrivere questo libro in realtà sono molte. E una delle principali è che l’abbiamo voluto pubblicare in occasione del lancio della più affascinante missione robotica destinata al Pianeta Rosso, è cioè la ExoMars Rover. A cui non a caso abbiamo dedicato la copertina. Una missione europea che dal lato industriale vede l’Italia in prima fila, e che sinora è stata sfortunata e ha subito molti rinvii, anche tenendo presente che il periodo favorevole per andare su Marte in tempi relativamente brevi con la propulsione chimica attuale e tradizionale, si verifica ogni due anni. Quindi, ogni rinvio significava attesa di 24 mesi circa. Questa missione robotica così importante, progettata appositamente per andare a caccia di vita marziana, molto probabilmente fossile, sembra però averci seguito con i ritardi nella pubblicazione del libro. Un’idea nata con l’astrofisico Ferreri già anni fa, ma avevamo avuto proposte editoriali che non ci convincevano. Poi, io mi sono rivolto ad una storica casa editrice di Roma, la IBN, Istituto Bibliografico Napoleone, di editoria aeronautica e spaziale, che già conoscevo per la propria professionalità ed esperienza per aver scritto dei libri assieme all’ingegner Di Leo, e in poche settimane il libro è stato pubblicato. E a sto punto abbiamo anticipato il lancio di ExoMars Rover che è previsto per l’autunno del 2028.
Quanto siamo realmente vicini alle prime missioni umane su Marte?
Al momento non siamo molto vicini. Ora si è deciso, peraltro giustamente, di tornare innanzitutto sulla Luna. Ma su Marte ci andremo, prima o poi. E non è soltanto un sogno, da concretizzare, alla Elon Musk. Da tempo sono in molti a progettare missioni con equipaggio. Come Robert Zubrin, fondatore della Mars Society, presente in molti capitoli del libro, che già nel 1992 propose un progetto per inviare equipaggi all’inizio degli anni duemila. Ovvio, occorrono molti finanziamenti, anche per sviluppare quelle tecnologie che dovranno permettere agli astronauti di arrivarci in fretta, e soprattutto sani. E quindi innanzitutto sviluppare un motore a propulsione nucleare. Da qui non si scappa. Non ha proprio senso inviare equipaggi a Marte con i tempi lunghi della propulsione chimica, cioè 7-8 mesi solo per un viaggio di andata e ritorno. Si era già iniziato, dagli anni 70, a sviluppare motori a fissione, inizialmente testati nel Deserto del Nevada. Poi per ragioni finanziarie e soprattutto politiche tutto fu cancellato. Per destinare fondi ad altra scienza e tecnologia probabilmente più dannosa e inutile. E poi naturalmente vi è il problema della protezione dalle radiazioni, e l’arrivo a Marte di un equipaggio che, comunque, sarà già provato da settimane di assenza di peso. Ma sono tutti problemi risolvibili, basta volerlo e investire anche su questi campi di ricerca, che poi, come sempre ci ha insegnato lo spazio, avrebbero ricadute di importanza straordinaria per la vita di tutti sulla Terra. Il classico spinoff.
Nel libro emerge un confronto tra Terra e Marte: quali sono le differenze più critiche che renderebbero difficile una permanenza umana prolungata?
Sì, questa è la parte curata, all’inizio dal dottor Walter Ferreri. Un onore essere autore con uno dei massimi esperti italiani di pianeti e corpi celesti del nostro Sistema solare. Il confronto va visto, secondo me, da due punti di vista. Marte è ormai un pianeta arido, poco ospitale, ma sempre meglio della Luna che è assai peggio, ma che ha il vantaggio di essere la più vicina a noi, circa 400mila chilometri, mentre Marte varia da 56 a 400 milioni di chilometri. In un passato remoto, miliardi di anni fa, era carico d’acqua. Non proprio oceani, ma comunque laghi, torrenti e cascate, e fiumi molto grandi, come confermano i celebri canali scavati proprio dall’acqua. Quindi tra tutti i pianeti del nostro sistema solare è l’unico che potremmo colonizzare. Certo, ora l’effetto serra devastante che ha subito, non lo rende vitale, però è grande circa la metà rispetto alla Terra, ha un giorno che dura appena 24 minuti rispetto al nostro, e pur avendo una pressione minima rispetto alla Terra, e temperature fredde, da meno 120 gradi a soli più 5 gradi (ma solo a mezzogiorno e nell’estate marziana), ha una gravità di un terzo rispetto a quella terrestre, e quindi un uomo sia pure vestito da una tuta e un casco, potrebbe viverci e lavorarci in modo meno complicato che sulla Luna. Un fatto è certo: Marte, nonostante alcune delle splendide lune di Giove e Saturno, è l’unico pianeta esplorabile e colonizzabile.
Secondo voi, qual è oggi il principale ostacolo reale alla colonizzazione umana di Marte: tecnologico, economico o biologico?
Come dicevo poc’anzi, è soprattutto un problema economico. E politico. Poiché tutte le volte si cambiano idee e programmi ogni volta che si cambia un’amministrazione politica, soprattutto quelle USA con cui collaboriamo. Tenendo presente che su Marte, come sulla Luna, non si va senza cooperazione. Il fattore scientifico e tecnologico è ampiamente risolvibile.
Nel testo si parla delle difficoltà delle missioni umane: quali soluzioni tecnologiche vi sembrano oggi più promettenti per superare questi limiti?
È fondamentale sviluppare un propulsore a fissione nucleare. Da far decollare dalla Luna, dove per l’appunto i programmi Artemis, e forse chissà anche quelli della Cina, prevedono la realizzazione di una base di partenza. Quella che Musk ha realizzato a Boca Chica sarà solo il punto di partenza terrestre. La prima, o comunque le primissime missioni, non vedranno lo sbarco di uomini e donne, ma di robot umanoidi. Come la stessa SpaceX ha precisato. Tra l’altro con un’astronave come Starship, che dal mio punto di vista è assai più indicata per missioni a Marte, che non per la Luna, dove richiede, per un viaggio di tre e giorni e mezzo, di un numero considerevoli di lanci di astronavi “tank” di rifornimento del combustibile direttamente nello spazio. E poi, per evitare che gli astronauti arrivino su Marte provati da settimane in assenza di peso, si può creare una gravità come quella terrestre, per non fare perdere loro capacità muscolare e ossea, facendo ruotare due navicelle con un cavo super resistente in grado di creare un gradiente di gravità. Fantascienza? Nient’affatto. I progetti vi sono da tempo, e sono italiani, ideati dal professor Giuseppe Colombo. Progetti collegati ai “satelliti a filo” come quello che già volo due volte a bordo dello Space Shuttle negli anni ’90. Anche qui, se si fosse deciso di proseguire con queste ricerche, anziché stopparle prematuramente, avremmo già trovato una delle soluzioni In fondo sì. Marte è ancora lontano, ma non lo è così tanto come si possa pensare.
Questo volume non è soltanto un saggio sull’astronautica. È un invito a guardare oltre l’orizzonte terrestre, a misurarsi con il futuro e a comprendere perché, ogni volta che l’uomo alza gli occhi al cielo, finisce inevitabilmente per pensare a Marte.

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