Psicologia

L’importanza di avere un bel culo

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Tecnicamente non ci siamo evoluti dai Neanderthal, ma gli homo sapiens si sono incrociati con loro.
Gli antenati dei Neanderthal lasciarono l’Africa prima che lo facesse l’homo sapiens, ed erano già in Medio Oriente, Asia ed Europa. Poi anche Homo Sapiens ha lasciato l’Africa e li ha incontrati. Ha convissuto con loro. Si sono amati. Ed eccoci qui.
Ad eccezione di alcune tribù in Africa i cui antenati non hanno mai lasciato il continente, ogni singolo essere umano sulla terra ha qualche percentuale di geni Neanderthal.
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Per chiarire, quando gli antenati dei Neanderthal lasciarono l’Africa, la specie che se ne è andata era la stessa specie dei nostri antenati.
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Il nostro comune antenato con gli scimpanzé sarebbe Orrrin. Ci siamo divisi da quello che alla fine sarebbe diventato scimpanzé circa  6 milioni di anni fa.
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Questo è anche il periodo in cui i nostri cervelli hanno iniziato a diventare più grandi e abbiamo iniziato a realizza strumenti di base.
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Immagino che non sia una coincidenza. Se ci pensate  è anche proprio quando iniziava il bipedismo.
Se dovessi indovinare, il motivo della divisione in due percorsi evolutivi era che un gruppo rimase tra gli alberi e uno iniziò a cacciare sulla terraferma.
Dato che i nostri cervelli erano appena diventati abbastanza intelligenti da “pensare” come pianificare cose come fare attrezzi, quelli più intelligenti cacciavano meglio, e quelli ancora sugli alberi non avevano bisogno di “pensare” in questo modo, e quindi due gruppi si divergevano da questo. Poi l’intelligenza è stata continuamente selezionata nel gruppo di caccia a terra, oltre ad essere meglio in grado di viaggiare sulla terra e scrutare sopra l’erba alta.
Non sto cercando di essere divertente (ok forse un po’), ma una cosa importante che ti rende umano è il tuo culo. Gli umani sono cacciatori tenaci. Abbiamo grandi glutei, così possiamo correre a ritmo lento e costante per molto tempo per stancare le prede. Ecco perché noi abbiamo culi e gli scimpanzè no. Sul serio.
Anche per questo alle persone piacciono i sederi (a volte). Avere dei bei muscoli del culo significa che i tuoi figli avranno più probabilità di riuscire a cacciare.
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Quindi le persone a cui piacciono i culi hanno più opportunità di procreare, quindi i geni che donano alle persone sederi tondi e turgidi vengono selezionati e vengono trasmessi.
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Tradotto da amadon faul che ringraziamo 
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LA STORIA DEL CULO IN UN LIBRO

Il libro “Butts: A Backstory” di Heather Radke esplora la complessa storia culturale e sociale dei glutei umani, sottolineando come questa parte del corpo sia molto più di una semplice attrattiva fisica. Radke approfondisce come i nostri atteggiamenti verso i glutei siano influenzati da fattori come l’etnia, il genere e il sesso, piuttosto che dalla loro consistenza fisica.

Il libro mette in luce l’importanza evolutiva dei glutei, sostenendo che la loro forma ha contribuito alla capacità umana di camminare eretti e di correre per lunghe distanze senza infortuni. Radke esplora anche il ruolo dei glutei nella cultura pop e nella storia, passando dai teatri londinesi del XIX secolo alle classi di aerobica degli anni ’80, fino ai recenti fenomeni come il lifting brasiliano e la popolarità di figure come Kim Kardashian.

Un tema significativo del libro è il racconto della vita di Saartjie “Sarah” Baartman, una donna indigena khoe esibita in Europa nel XIX secolo per il suo “grande sedere”. Radke collega la storia di Baartman ai pregiudizi e all’eredità distorta delle donne con glutei grandi, particolarmente per le donne nere, e analizza come questi pregiudizi siano stati perpetuati e monetizzati in tempi moderni.

Il libro intreccia memorie, scienza, storia e critica culturale, esaminando come gli standard razziali e misogini che circondano i glutei siano stati influenzati dalla moda, dall’industria del fitness, dalla cultura popolare e dall’eugenetica. Radke utilizza esempi come il bustino, l’heroin chic e le tendenze della moda per discutere di come la percezione e la rappresentazione dei glutei abbiano subito trasformazioni nel tempo.

 

Pubblichiamo i versi de LA CULEIDE di  Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti (Vasto, 18febbraio 1783 – Londra, 16 aprile 1854) che è stato un poeta, critico letterario e patriota italiano che aveva già capito tutto sull’importanza del gluteo umano.

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Per sapere di più su questo autore https://it.wikipedia.org/wiki/Gabriele_Rossetti
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LA CULEIDE 

Non canterò di favolosi Numi
gli oracoli bugiardi; o di feroci
mentiti eroi le gesta, ed i costumi;
le gloriose colpe, o i casi atroci.
Gli orrori o i sogni d’una età ferina
non vo’ cantar; ma il cul di Carolina.

Che se lodare un cul non sia decente;
che dirò mai di Quei che lodò tanto
parti men belle, e che a noi fur sovente
cagion funesta di tristezza e pianto?
E sia Cocito di sanguigna urina
laudabil più del cul di Carolina?

E come in oggi esser si suole autore
comunque, ond’esser detto uom di calibro;
e tutti han di comporre il pizzicore,
mel sento anch’io d’impastocchiare un libro;
né avendo in sacco altra miglior farina,
mi spazierò sul cul di Carolina.

Chi di donna lodò il leggiadro viso;
chi gli occhi, i denti, il labbro, e chi il capello;
chi la dolce favella; e chi ‘I sorriso;
chi la mano gentil; chi ‘I piede snello;
se niun lodonne il cul, ben s’indovina
perché: niuna ebbe il cul di Carolina.

Fu un bel cul sempremai laudabil cosa.
E sia una donna pur di poco ingegno:
siale fortuna e Venere ritrosa,
sempre di lode il suo bel culo è degno.
Che val beltà? Che val ricca propina
senza un cul come quel di Carolina?

Esopo, ch’io credeva uom di giudizio,
nelle favole sue, con naso fino,
iva frusciando il culo a Caio e Tizio.
Io non così: né come Costantino,
che dà per vacca carne pecorina,
farò. cantando il Cul di Carolina.

Fa ch’io dipinga un culo immalleabile,
atlantico, pittorico ed atletico,
classico, erculeo, magico, intoccabile,
magnifico, simpatico e magnetico,
in bei versi, qual’onda caballina
fluidi, e degni del cul di Carolina.

Ma, o che mi creda o no, non mi bisogna
la credenza del volgo e sciocco e ignaro.
So ben, che a voi non sembrerà menzogna,
a voi che avete l’intelletto chiaro
né siete letterati da dozzina,
quel ch’esporrò sul cul di Carolina.

Quando in tal cul dal sen materno uscì,
feto e cul tastando allor sbucciati,
esclamò: che strano parto! e impallidì
credendoli due feti aggrovigliati:
ma vistol coll’occhial poi la mammina,
lieta grido: oh! il gran cul che ha Carolina!

Culo non v’è; né fuvvi mai nel mondo
fra quanti più bei culi unqua fioriro,
più tornito, piu vago, e piu giocondo.
Né fra le statue del museo rimiro,
scavate là in Pompei, Stabia e Resina,
simile un cul a quel di Carolina.

Napoli, è ver, di belle donne è piena
impareggiabil per la grazia e ‘I brio,
che han di angelica forma, e non terrena,
e spalle e petto e seno, e che so io?
Ma non si ammira da Capodichina
a Miseno, che il cul di Carolina.

Né allor che tutto il mondo a Carditello
ca alla gran festa, né a Capodimonte;
né a Piedigrotta in mostra, o ad Architello;
ne al Vomer mai si vide, o a Vergin-monte;
ne ai passeggi di Chiaja e Mergellina
più bel cul di quel di Carolina. (…)

Te Napol non produsse: e non sei nato
del Bel Sebeto tu; te una Befana
e ‘I Vesuvio produsse in fiamme irato;
e le mamme allattar di ruffiana;
che hai cor bastardo in petto, alma canina,
dispregiando il bel cul di Carolina.

Armida, Bradamante, Olimpia, Alzira,
Laura, Leonora, Angelica, Virginia,
Tamiri, Semiramide, Zaira,
Ersilia, Clitennestra, Argene, Erminia,
Giulia, Marzia, Aristea, Fulvia, Agrippina,
non ebbero il bel cul di Carolina.

Né Solimena, o Guido, e né Bastiano
dipinser mai, ne Vinci, o Polignoto,
né Rubens, Michelangel, né Tiziano,
né Apelle pur, tanto famoso e noto,
né il sommo genio della terra urbina,
bello un culo come quel di Carolina.

Quando il fulgor d’un sì bel cul t’irradia,
senti fuggir la noia, il duol, l’inedia.
Per me, lascio le Muse, Apollo e Arcadia;
e più che in San Carlino alla Comedia,
rido se amica sorte mi avvicina
al romantico cul di Carolina.

Come placida viene al lido l’onda
quando lieve sul mar Zeffiro scherza,
che alla prima succede la seconda,
e questa torna e va a lambir la terza,
lieta d’un bacio al sen di Mergellina,
così movesi il cul di Carolina.

Non è si duro un corno o un ossomastro;
duro non è così d’Aquila il rostro;
né duro è tanto il marmo o l’alabastro;
né le unghie in moda (onor del secol nostro);
né i calli miei, né il guscio di tellina
son duri quanto il cul di Carolina.

Sia benedetto il trenta ottobre, e l’anno
milleottocentotrentatre, e quel punto
in cui, scordando ogni primier affanno,
nel caro suol partenopeo son giunto;
ma benedetta ognor quella mattina
che il cul potei mirar di Carolina.

Fra i più bei don che possa farvi Dio,
è quello d’un bel culo, o donne care.
né questo è sol per sentimento mio:
ma fu scritto in latin, greco e volgare,
e in lingua copta, egizia ed algonquina.
Oh! Che gloria pel cul di Carolina!

Siate giovani o vecchie, o belle o brutte.
O vedove, o zitelle o maritate,
v’assicuro che a noi piacete tutte,
se al passeggio un bel cul ci presentate,
finto non già com’è quel di Adelina,
ma vivo come il cul di Carolina.

Sii tu bella e laggiadra, o giovinetta;
sii pur vaga vieppiù che in stelo il fiore;
sii d’avvenenza e civiltà perfetta;
abbi in membra gentil gentile il core:
vatti in un chiostro a dar la disciplina,
se ti manca il bel cul di Carolina.

Donne mie, se l’avete o floscio o plastico,
non dite poi ch’io sia troppo sofistico;
Pregiasi un cul naturalmente elastico
(disse Nasone in non so qual suo distico).
l’elastica sottana taccolina
fa, fa: ma non dà il cul di Carolina.

Cul che di cul non ha se non la scorza,
è una larva di cul: non vale un frullo.
Cul che vita non ha, né moto e forza,
serve sol di ludibrio e di trastullo.
Specchiansi Amalia e Cloe, Gemma e Rubina,
al semovente cul di Carolina.

Eh! cornacchie d’Esopo (in vostra pace)
perché tradirci con un cul di stoppa,
con oudinot e paniers, che il cul verace
gonfianvi, e fan sembrare donne di coppa?
E copiar può la moda parigina
il non mentito cul di Carolina?

Deh! non spendete invan pei Ciceroni,
voi che venite in quest’alma Città,
badate che vi truffano i bricconi,
additandovi sol le rarità
di Pozzuoli, Pompei, Stabia e Resina,
e non quella del cul di Carolina.

Poiché batterla a tergo invan procura
e or di fronte, or di fianco invan l’assale;
vedendo ben quanto la rocca è dura,
tenta il forte minar della rivale.
Ma ad altro canto. (Or lasciam fare Elvina).
Uh! che farà il gran cul di Carolina!

Una moglie (e ‘l so io di causa-scienza)
tanta ai jupons en crin mise importanza
che il marito, acquistatili a credenza
(grazie agli uscieri) alla Concordia ha stanza.
Maledetti i sur-cul di taccolina,
simulacri del cul di Carolina!

Certi culi hanno un moto oscillatorio:
altri vibrato ed altri peristaltico,
altri roteante, ed altri ondulatorio:
altri stan fissi e inerti qual basaltico
masso. Oh! schietta, spontanea, ed intestina
mossa equabil del bel cul di Carolina.

Se di tastarlo un pò vienvi interdetto,
sta ben. Chi sa? potria covarci gatto.
E poi (soffrite ch’io vi parli schietto)
se a voi (quod absit) ne accordassi il tatto:
con quell’unghie da bestie di rapina
voi straccereste il cul di Carolina.

E oh! quanto piu di voi felice fu
quel ciuccio ch’io nel Vomer vidi un dì
gir spetizzando e con le orecchie in sù
poiché annusando, un certo odor sentì.
Felice lui, che la dorsal sua spina
sentì premer dal cul di Carolina!

Uh! Quann’appassiunate! E che nce faje?
N’ave Rinaldo cientomila a u Muolo:
la Sonnambula pò n’ave cchiù assaje:
n’ave purzì Mamozio de Puzzuolo.
Nte dico niente de la Paresina:
ma cchiù ne tene nculo Carolina.

Quanno la Siè Ndrianella e Cannetella
facene tanta luotene e cuntraste
a cchi u ttenea cchiù gruosso; e la gonnella
s’auzajeno, uh! scasati chilli nchiaste,
si scea nfra li doi culi ntridecina
co cchella scciort’i culo Carolina!

Faranvi i dotti iscrizion lapidaria:
ch’io per me, se a compor belli epitaffi
non basta mente acuta ed antiquaria
ma ci vogliono gli uomini coi baffi,
Imbaffus nequeo condere latine:
MAGN. HIC. IAC. CUL. CAR.
(Magnus hic jacet Culus Carolinae).

Qual Terra e mai da Napoli sì disgiunta,
dall’alma Italia, o dal cammin del Sole;
qual’è l’isola ignota ove ancor giunta
non sia la fama di sì bella Mole?
Fin della Luna ai regni è già inquilina
la fama del gran cul di Carolina.

Più non dirassi ormai Partenope
un cul che di sua fama ha pieno il Mondo;
ma a ragion si dirà culo europeo;
ch’Europa sol tal vanta un Mappamondo.
Dé più famosi cul cos’è vicina
la rinomanza, a quel di Carolina?

Se altri invento il pallone; altri il planimetro;
chi le navi a vapore e chi il gassometro;
se v’è chi sognò fin lo scampimetro;
chi sia che inventar sappia ora un culometro
che senza geometrica dottrina
misuri l’ampio cul di Carolina?

L’uomo sogna cio che fissa il suo pensiero.
Sogna liti il dottor; sogna il pastore
pecore e buoi; sognan le armate schiere
caserma e vin, le carte il giocatore;
il gallo sogna il cul della gallina
ed io? versi sul cul di Carolina.

Né curerei d’avere un braccio mozzo;
o che un ergastol fosse il mio palazzo;
né d’esser posto in fondo a un vuoto pozzo;
o rinchiuso in Aversa come un pazzo,
o in prigion dura qual la Mamertina,
purché mirassi il cul di Carolina.

Non ti seduca il suon, la danza, il canto,
la gola, il sonno, e l’oziose piume:
non ti alletti il piacer funesto tanto,
su cui scrisse Aretin sozzo volume.
Fuggiam la maga Circe, e Armida e Alcina:
cantiam l’innocuo cul di Carolina.

Fra i gentilizi stemmi del blasone
se altri adottaro il drago, il coccodrillo.
Ia pantera, la tigre, ed il leone,
la jena, il pardo, il boa, l’orsa, il mandrillo;
io (se alzerò il mio stemma) l’arma ferina
non vò adottar, ma il cul di Carolina.

Sì: scrivetene o dotti, a cui la sorte
diè ingegno, alto sentir, genio e talento;
né vi faccia ritegno o vi sconforte
l’astruso sì, ma pur degno argomento:
che né Taide impudica, o una sgualdrina
voi loderete nel cul di Carolina.

Chi sia che a Dante di rispetto perda,
s’egli con faccia tosta di piperno,
nominò m…e quel che segue in erda,
al canto diciotto dell’Inferno
in quella sua Commedia, ch’è divina?
Che fa. s’io il culo nomai di Carolina?

Ma ca… (caro, per poco or non ho detto
quella parola che non convien dire).
Non è tutt’un lodare il collo, il petto,
il seno, e che so io? Ci hai che ridire?
Chi fece il collo, il petto, il sen, la schina,
non fè pur Ei quel culo a Carolina?

Io ch’ebbi moglie con un cul ben grosso
così elegante e bello e così grasso,
che, vivaddio! direi fosse senz’osso
quel sì compatto e ben tornito masso,
qual (se morte ahi! non feamene rapina)
potria far da secondo a Carolina.

Culo, splendor d’un secolo beato,
d’ogni bellezza e raro pregio adorno;
culo modello, cul sì ben formato
che d’ogni cul formi l’invidia e scorno:
io ti saluto. E tu la mia sestina
serba pel tuo bel culo, o Carolina.

Qui, voi, cui non annotta innanzi sera,
coronate il culigrafo poeta
che uscì per lei dalla prosaica sfera,
e voi, cui d’appressarvi Apollo vieta
(fra noialtri) alla fonte caballina,
ispiratevi al cul di Carolina.

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