Storia

Historica Edizioni porta al Salone del Libro di Torino le voci segrete del Piemonte

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Dal 14 al 18 maggio 2026, il Salone Internazionale del Libro di Torino ospiterà la presentazione di Piemonte Segreto e Sconosciuto, l’antologia curata e pubblicata da Historica Edizioni che raccoglie i racconti selezionati nell’ambito dell’omonimo concorso letterario. Un volume che restituisce voce a luoghi dimenticati, storie sepolte e personaggi che la grande Storia ha sfiorato senza nominarli.

Tra gli autori selezionati figura Claudio Pasqua, giornalista e divulgatore scientifico torinese, con il racconto L’acqua non dimentica: un giallo storico ambientato a Bussoleno nel gennaio 1867, con al centro il Mulino del Piano, oggi noto come Mulino Varesio, unico mulino idraulico costruito all’interno delle mura medievali di un borgo in tutta la Val di Susa.

Sullo sfondo del grande cantiere del traforo del Moncenisio, con il suo carico di speranze e inganni, il racconto intreccia un’indagine privata, una truffa sistematica ai danni dei lavoratori della valle e un omicidio che nessuno vuole vedere. A condurre le fila è Beatrice Lanfranchi: protagonista colta, tenace e moralmente incorruttibile, destinata a diventare un personaggio ricorrente della narrativa di Pasqua.

Nota editoriale

Beatrice Lanfranchi è già protagonista di un secondo racconto, I numeri non mentono, in pubblicazione per Landis Edizioni. Due storie indipendenti che delineano il profilo di un’eroina dell’Italia postunitaria: investigatrice per necessità, intellettuale per vocazione.

Claudio Pasqua

Ingegnere di formazione, giornalista e divulgatore scientifico. Dirige Gravità-Zero.it, Torino.plus e Interiorissimi.it. Collabora con La Stampa e La Prima Pagina. Appassionato di scrittura noir e storia locale, è — come ama definirsi — un piemontese anomalo: tutto fuorché bogia nen.

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Intervista all’autore

Come nasce l’idea di ambientare un giallo storico a Bussoleno, e in particolare al Mulino del Piano?

Il Mulino del Piano — oggi Mulino Varesio — è un luogo che mi ha sempre affascinato per una ragione precisa: è l’unico mulino idraulico costruito all’interno delle mura di un borgo medievale in tutta la Val di Susa. C’è qualcosa di sospeso in quella geometria: le ruote che girano dentro le mura, l’acqua che entra ed esce da uno spazio chiuso. Era naturale chiedersi cosa potesse nascondersi in un posto così.

Un mulino è un luogo di passaggio obbligato per la comunità: porta grano, porta voci, porta segreti. Era lo sfondo perfetto per un omicidio che nessuno vuole risolvere davvero.

Perché il 1867? Cosa c’era di specifico in quel momento storico che la interessava?

Il traforo del Moncenisio è una delle grandi storie di modernità del Piemonte, spesso raccontata dal lato dei trionfi ingegneristici. Ma è anche una storia di mobilità forzata, di contratti capziosi, di famiglie che hanno aspettato mariti e figli per anni senza sapere dove fossero finiti davvero.

Il 1867 è il momento in cui i cantieri sono a pieno regime, il bisogno di manodopera è enorme e la distanza tra chi firma i contratti e chi li subisce è massima. In quel contesto, una truffa sistematica come quella raccontata nel testo non è fantascienza: è quasi ovvia.

Il rombo delle perforatrici che arriva dall’alta valle è la colonna sonora del racconto — e al tempo stesso la copertura sotto cui tutto accade.

Beatrice Lanfranchi non è una detective professionale. Chi è, e da dove viene?

Beatrice è una donna colta dell’Italia postunitaria, con una formazione solida e una capacità di osservazione che le viene dalla frequentazione di ambienti intellettuali torinesi. Non ha un mandato, non ha un ufficio. Ha senso morale, curiosità e la testardaggine di chi non riesce a far finta di non aver visto quello che ha visto.

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È un personaggio che mi è venuto naturale costruire attorno a una lente tascabile e a una serie di domande che nessun altro intorno a lei si pone. In questo racconto arriva a Bussoleno su invito di un’amica d’infanzia e si ritrova al centro di qualcosa di molto più grande. Tipico di lei.

L’acqua non dimentica non è il suo primo racconto con Beatrice Lanfranchi come protagonista. Ce ne parla?

Beatrice è nata con I numeri non mentono, che sarà pubblicato da Landis Edizioni. Lì la incontriamo per la prima volta in un contesto diverso: ancora Piemonte, ancora il secondo Ottocento, ancora un’indagine che parte da un dettaglio che tutti hanno ignorato.

I due racconti sono autonomi e possono essere letti indipendentemente, ma chi li legge entrambi può seguire il filo di un personaggio che si consolida nel tempo.

Non ho pianificato una serie dall’inizio. Beatrice si è imposta da sola: ha una voce così precisa che è difficile lasciarla stare in un solo racconto.

Il titolo L’acqua non dimentica è anche l’ultimo pensiero del racconto. È una chiave di lettura?

L’acqua è il filo conduttore del racconto a tutti i livelli: c’è la Dora che scorre sotto il ghiaccio, le ruote del mulino ferme, il canale dove viene trovato il mugnaio, la calce sotto le unghie di un uomo che stava murando qualcosa.

L’acqua trasporta le tracce — la farina, la calce, il sangue — senza scegliere, senza censurare. Le deposita a valle per chi sa guardare. Beatrice, in fondo, fa la stessa cosa: raccoglie quello che l’acqua porta.

E poi c’è la memoria. L’acqua non dimentica, e nemmeno i nomi. Il racconto si chiude con una nota nel diario di Beatrice scritta decenni dopo: un figlio che porta il nome del mugnaio morto. Certi ricordi trovano sempre il modo di tornare a galla.

Lei è ingegnere di formazione e divulgatore scientifico. Come si concilia tutto questo con la scrittura noir?

Meglio di quanto si pensi. Un’indagine è un problema da risolvere: hai dei dati, dei vincoli, delle ipotesi da testare. Il metodo è lo stesso, cambia il linguaggio.

La differenza è che nel giallo il lettore deve emozionarsi mentre capisce, non solo capire. Quella è la sfida interessante.

E poi c’è la ricerca storica, che per un ingegnere è irresistibile: capire come funzionava un mulino idraulico dell’Ottocento, come erano strutturati i contratti di reclutamento dei minatori, cosa significasse la calce come materiale in quel contesto.

La narrativa mi dà il permesso di andare a fondo in luoghi dove il giornalismo scientifico non arriverebbe mai.

Cosa si aspetta dalla presentazione al Salone del Libro di Torino?

Il Salone è il luogo in cui i libri si incontrano con i lettori in modo diretto e fisico, ancora nonostante tutto.

Portare un racconto ambientato nella Val di Susa in quel contesto mi sembra un atto coerente: la storia locale che entra nella grande festa della letteratura nazionale.

E poi il Salone ha sempre la capacità di sorprenderti: le conversazioni che nascono attorno a un libro sono spesso più interessanti del libro stesso. Sono curioso di sentire cosa porterà con sé questo racconto agli occhi di chi non conosce Bussoleno, il Mulino Varesio, il cantiere del Moncenisio.

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