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Tre imprenditrici su quattro subisce pregiudizi dagli investitori. Le founder di startup sono le più penalizzate

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Un’indagine mette in luce il divario di genere nel mondo delle startup: oltre tre imprenditrici su quattro denunciano pregiudizi da parte degli investitori, tra sottovalutazione professionale, maternità penalizzante e conseguenze sul benessere personale.

Il 76% delle imprenditrici subisce pregiudizi dagli investitori.  Le founder di startup sono le più penalizzate

  • 37% si sente sottovalutata “spesso” dai VC rispetto ai colleghi uomini
  • 41% riporta un calo di attività dopo la nascita di un figlio
  • 45% ha avuto ripercussioni sul proprio benessere personale

COMUNICATO STAMPA GAMMA DONNA

Milano, 20 maggio 2026. Il 76% delle imprenditrici percepisce stereotipi o commenti legati al proprio genere da parte di investitori, clienti o partner e in 1 caso su 2 non viene riconosciuta subito come titolare(46%). Molte sono costrette a scegliere tra azienda e famiglia: con l’arrivo di un figlio l’attività rallenta per 1 su 3.

A fronte di queste sfide, però, emerge una notevole resilienza. Nonostante il peso dei pregiudizi e la difficoltà nel conciliare lavoro e carico familiare, metà non ha mai pensato di rinunciare alla propria azienda e consiglierebbe ad altre donne di avviare un’impresa. La maggior parte, inoltre, riporta un livello medio-alto di sicurezza nella gestione finanziaria (79%), con una crescente adozione e apertura verso strumenti fintech e un’attenzione prioritaria verso un modello di leadership più sostenibile.

È questo il quadro delineato da un’indagine su 223 titolari d’impresa italiane, condotta nell’aprile 2026 da Associazione GammaDonna e wamo, conto business online per le PMI.

Le founder di startup pagano il prezzo più caro

Le imprenditrici digitali sono quelle che subiscono più pregiudizi da VC o stakeholder per il fatto di essere donne (52% li percepisce “Spesso”, rispetto al 36% della media) e che si sentono più spesso sottovalutate rispetto ai colleghi uomini nel rapporto con i finanziatori (37% vs 22% della media).

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A quanto suggerito dai dati, sono anche quelle che più probabilmente rinunciano o rimandano l’arrivo di un figlio per non compromettere la crescita della propria azienda. Interrogate sull’impatto sul business, il 41% delle madri-imprenditrici ha subito un rallentamento dell’attività, mentre il 44% ha risposto di non avere figli, arrivando a toccare livelli quasi doppi rispetto alla media.

Del resto, le titolari di imprese innovative detengono un primato positivo nella gestione familiare, con il carico mentale organizzativo diviso equamente con partner o altri componenti nel 52% dei casi: più del triplo rispetto alle libere professioniste (17%).

Il prezzo che pagano le founder per realizzare i propri progetti, tuttavia, resta alto anche sul piano della salute mentale e del benessere personale, con effetti più sulla vita privata (41%) che su quella lavorativa (4%). Nel 48% dei casi l’impatto negativo pesa in parte, ma è gestibile, mentre solo il 7% dichiara di non aver avuto problemi negli ultimi 5 anni.

Le criticità operative superano quelle finanziarie

Sebbene emerga un’altissima confidenza nella gestione finanziaria (il 79% si sente “Molto” o “Abbastanza” sicura), quasi la metà delle imprenditrici (46%) almeno qualche volta si è sentita meno considerata rispetto ai colleghi uomini nel rapporto con istituti di credito e investitori e il 38% ha evitato di candidarsi a bandi, premi o finanziamenti per timore di non essere all’altezza.

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Le criticità operative, tuttavia, superano quelle finanziarie.

L’ostacolo alla sopravvivenza dell’azienda più citato è “Insoddisfazione o difficoltà nella gestione del business” (46%), seguito da “Burocrazia e complessità normativa” (40%).

Trovare e trattenere i collaboratori giusti resta una sfida chiave. Le imprenditrici la indicano sia tra i motivi che hanno spinto almeno una volta a considerare la chiusura dell’attività (36%), ma soprattutto come ostacolo numero uno alla crescita (59%).

Sostenibilità e work-life balance sono bisogni centrali

Il work-life balance rappresenta un problema sistemico e i dati aprono importanti interrogativi sulla sostenibilità dei modelli imprenditoriali attuali, sul lavoro invisibile ancora svolto dalle donne e sulle implicazioni in termini di benessere e salute mentale.

Quasi un’imprenditrice su tre ha subito un rallentamento per la nascita di un figlio.  Nello specifico, il 24% ha subito una “Riduzione temporanea di attività” e l’8% una “Riduzione significativa di fatturato”.

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Le motivazioni personali e psicologiche sono quasi equivalenti a quelle economiche e organizzative, tra chi almeno una volta ha pensato di chiudere l’attività. Il 45% segnala difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, mentre il 38% cita problemi di benessere personale.

Tra i desideri più urgenti delle imprenditrici, “Avere più tempo per me stessa” (26%) supera di gran lunga i bisogni aziendali come “Avere un/una socio/co-founder” e “Trovare mentor o rete di supporto” (19%), ottenere maggiore riconoscimento e credibilità nel mercato (18%), “Accedere più facilmente a finanziamenti o bandi” (15%) e altre necessità minori (2%).

Il rapporto con gli strumenti finanziari

L’efficienza abilitata dalla tecnologia in ambito finanziario ha ridefinito l’offerta di conti per le PMI e accresciuto la domanda di servizi fintech più evoluti e accessibili, che si affiancano alla banca tradizionale.

Oggi le titolari d’impresa danno peso soprattutto a due elementi: la presenza di commissioni basse o trasparenti (79%) e la qualità dell’esperienza digitale tramite App mobile e accesso online (72%). Al contrario, al momento di scegliere un conto business, sembrano avere molta meno importanza aspetti quali la presenza di un IBAN italiano (26%) o la possibilità di effettuare pagamenti fiscali (27%), sebbene questa sia una delle operazioni più frequenti dal conto aziendale. Il 59% delle intervistate indica infatti gli F24 tra gli usi principali, al terzo posto, preceduto dalla ricezione di pagamenti dai clienti (81%) e dalle spese operative quotidiane dell’azienda (70%).

“Quando abbiamo lanciato Women Who Build Europe, la nostra campagna a sostegno dell’imprenditoria femminile, ci siamo accorti che i dati più recenti per delineare il mercato risalivano al periodo pre-pandemico. Oggi, grazie al quadro tracciato con Associazione GammaDonna, siamo finalmente in grado di dare risposte a nuovi bisogni, in un contesto profondamente mutato negli ultimi anni.”, spiega Antonio Mazza, Country Manager Italy di wamo. “Le difficoltà percepite dalle founder non riguardano solo accesso a capitale o crescita, ma soprattutto la sostenibilità quotidiana della gestione aziendale, Per questo stiamo lavorando all’introduzione di Agenti AI nei conti aziendali a cui delegare compiti ripetitivi e time-consuming, che troppo spesso costringono le founder a sacrificare spazi di vita e benessere personale.”

“I dati della survey evidenziano un paradosso ancora profondamente italiano: imprenditrici competenti e innovative continuano a operare in un ecosistema che troppo spesso mette alla prova la loro credibilità più del loro talento. Le founder non chiedono corsie preferenziali, ma condizioni eque per competere, crescere e generare impatto. Una sfida che riguarda non solo le donne, ma la capacità del Paese di valorizzare innovazione, leadership e talento imprenditoriale.”, ha concluso Valentina Parenti, Presidente GammaDonna.

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