Ambiente

Ghiacciai: spietati indicatori del cambiamento climatico

Ghiacciaio dell'Arguerey settentrionale (la Thuile, Aosta).

Le temperature aumentano e i nostri ghiacciai si restringono sempre di più. La velocità con cui questo avviene è impressionante. Ecco come vedere “al lavoro” il cambiamento climatico.

 

In Italia il 2018 è stato l’anno più caldo dal 1800. La temperatura media annua è stata di circa 1,6 °C più elevata rispetto a quella del periodo di riferimento 1971-2000. Risulta però allarmante il fatto che tra i 30 anni più caldi dal 1800, 25 di questi siano avvenuti negli ultimi 28 (Comunicato stampa CNR). Ci troviamo quindi in pieno cambiamento climatico e questo è chiaramente orientato verso il caldo.

Il cambiamento climatico non conosce crisi soprattutto in montagna. Tra la fine del 1800 e il 2000, la temperatura media annua sulle Alpi è aumentata di circa 2 °C (EEA Report). Questo perché verso il 1850 terminò la Piccola Età Glaciale (PEG) e le temperature tornarono a salire. Da questo momento iniziò il lento declino dei nostri ghiacciai. Le stime indicano una riduzione delle aree glaciali di circa il 50% nel periodo 1850-2000. Due piccole avanzate durante gli anni ‘20 e gli anni ‘70 del secolo scorso invertirono brevemente la tendenza, ma senza significative variazioni. Dopo queste due brevi avanzate ebbe inizio il vero cambiamento climatico e per i nostri ghiacciai il declino da lento diventò rapido (articolo).

I ghiacciai, che il caldo proprio non lo sopportano, sono quindi degli ottimi indicatori del clima perché rispondono in modo chiaro alle sue variazioni. Se queste variazioni – principalmente temperatura e precipitazioni – avvengono per diversi anni e nella stessa direzione, i ghiacciai rispondono riducendosi o espandendosi. Purtroppo per noi (e per i diretti interessati) la direzione è verso il riscaldamento. In Italia, lo stato di molti ghiacciai viene controllato ogni anno, sin dal lontano 1912. I ghiacciai vengono osservati, misurati e fotografati grazie al lavoro di esperti e di volontari, nell’ambito di vere e proprie campagne glaciologiche (Comitato Glaciologico Italiano).

Nigrelli_Ghiacciai_Fig2Vediamo ora come “lavora” il cambiamento climatico in montagna. Lo possiamo vedere direttamente e lo possiamo fare tutti. Partiamo dunque e andiamo a far visita ad un ghiacciaio durante una bella giornata d’estate. Arrivati alla base del ghiacciaio, il cambiamento climatico si presenta a noi con tutta la sua energia. Ci accorgiamo subito della sua presenza perché, a 2700 m di quota, ci ritroviamo in maglietta, assetati come pochi. Inoltre, essendo in alta montagna, ci si aspetterebbe di trovare un ambiente silenzioso e quasi immobile. Invece il rumore è forte perché l’intensa fusione della neve e del ghiaccio forma piccoli rigagnoli che, già sulla superficie del ghiacciaio, diventano impetuosi torrenti. Ma la cosa che più lascia sbalorditi è non trovare il ghiacciaio là, dove l’anno prima lo si era lasciato. Si, perché la fronte è arretrata di decine di metri e il paesaggio glaciale è completamente cambiato. Questo è il segnale più evidente di come “lavora” il cambiamento climatico. Anche altri segnali si presentano davanti a noi: lo spessore della massa di ghiaccio è drasticamente diminuito (a volte di diversi metri ogni anno); Alcune rocce fanno già capolino dalla superficie, a testimoniare una frammentazione che avanza rapida; la neve caduta l’inverno precedente è quasi assente; il ghiacciaio lacrima gocce d’acqua dai suoi bordi sottili, come un pianto senza speranza. La fusione è l’arma letale di questo spietato “lavoro”.

Gli escursionisti inglesi che nella prima metà del 1800 frequentavano le valli alpine durante i loro “Grand Tour”, potevano godere di ben altri paesaggi glaciali (Glaciers of the Alps). Tutti noi possiamo quindi vedere “al lavoro” il cambiamento climatico in montagna e valutare i suoi effetti. Basta far visita ai nostri ghiacciai, sentire il rumore della loro sofferenza, vedere lo stato di agonia in cui si trovano. Non sono necessari secoli, basta una gita estiva.

 

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