Ambiente

2019: un altro anno disastroso per i ghiacciai italiani

Monte Bianco

Bilanci di massa fortemente negativi, vistosi arretramenti delle fronti, significative riduzioni di spessore. Ma quale sarà lo scenario nel 2050? Facciamo il punto della situazione.

L’estate è ormai passata lasciandoci forse qualcosa di diverso e molto importante rispetto alle estati precedenti: Greta Thumberg e il movimento Fridays for future nato dall’impegno dell’attivista svedese contro i cambiamenti climatici e a favore di uno sviluppo sostenibile (qui il link al sito italiano). Nella speranza che questo movimento possa raggiungere gli obiettivi che si è prefissato, analizziamo lo stato dei nostri ghiacciai al termine di un’altra calda estate. Una estate tra le più calde da secoli al nord Italia.

Si perché i ghiacciai, grazie alla loro relativa velocità di risposta, possono considerarsi come uno dei più efficaci indicatori terrestri del clima che cambia.

Cosa dicono le analisi 

Comitato Glaciologico ItalianoPer analizzare lo stato di salute dei nostri ghiacciai facciamo riferimento alla campagna glaciologica 2019, coordinata dal Comitato Glaciologico Italiano (CGI). Ogni anno, alla fine della stagione estiva, gli operatori glaciologici del CGI effettuano una campagna di rilevamento sistematico dei più importanti apparati glaciali presenti sulle nostre Alpi. Per ogni ghiacciaio vengono fatte osservazioni morfologiche, vengono misurate le distanze delle fronti glaciali da capisaldi fissi nel tempo e nello spazio, vengono scattate fotografie da punti fotografici panoramici. Per alcuni di questi ghiacciai vengono calcolati anche i bilanci di massa, al fine di valutare l’aumento o la perdita di spessore del ghiacciaio.

Questa attività continua con regolarità dal 1911, con limitate interruzioni in alcuni anni di guerra, e ha consentito di raccogliere una delle più lunghe serie di osservazioni delle variazioni frontali esistenti al mondo (qui i dati di tutte le campagne glaciologiche).

Attualmente i dati definitivi per la campagna 2019 sono in corso di elaborazione ma è comunque già possibile stilare un primo bilancio indicativo, facendo riferimento a dati rilevati direttamente dal nostro gruppo di ricerca e a dati già pubblicati.

 

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Ghiacciaio Ciardoney, bilancio di massa. Serie 1991-2019 (fonte SMI)

 

Per quanto riguarda i bilanci di massa, questi risultano in generale fortemente negativi. Un esempio in questo senso ci proviene dal Ghiacciaio Ciardoney (Gran Paradiso) osservato da quasi trent’anni e senza interruzioni dalla Società Meteorologica Italiana (SMI). I dati già online in uno speciale report, confermano un bilancio ancora una volta negativo nonostante una buona stagione nevosa. Infatti, ancora nel mese di giugno, il manto nevoso presente sulla superficie del ghiacciaio aveva uno spessore medio di circa 370 cm, valore di circa il 20 % superiore alla media del periodo 1992-2018 (report SMI).

Il grafico in alto riporta la serie delle misure di accumulo invernale e di ablazione (perdita) estiva, unitamente ai valori netti del bilancio di massa. Il valore complessivo di bilancio di -1,65 m di acqua equivalente della stagione 2018-19 appare più negativo della già sfavorevole media dei 27 anni di osservazione precedenti (-1,32 m). Il bilancio cumulato dal 1992 è ormai di -37,3 m.

Sempre più vistosi sono gli arretramenti delle fronti glaciali (intese come fronti visibili e non coperte da detrito). Le osservazioni dirette effettuate su alcuni ghiacciai del settore occidentale alpino mettono in evidenza un significativo regresso di queste rispetto alle misure dell’anno precedente. L’arretramento medio rilevato, cioè quanto il ghiacciaio ha spostato il suo limite inferiore arretrando verso l’alto, è di 20-25 m, con valori estremi variabili da 5 a 40 m.

Ghiacciaio del Breuil S., La Thuile (fonte GeoClimAlp)
Ghiacciaio del Breuil S., La Thuile (fonte GeoClimAlp)

Ma c’è un importate dato che va riportato e che riguarda molti dei ghiacciai di piccole e medie dimensioni presenti sul nostro arco alpino. A causa dei cambiamenti climatici e del conseguente aumento delle temperature, la massa nevosa che dovrebbe rimanere sulla superficie dei ghiacciai a fine stagione estiva per trasformarsi successivamente in ghiaccio è oramai quasi una rarità. Questa situazione, causata da una intensa fusione nivo-glaciale estiva, porta molti dei nostri ghiacciai a coprirsi parzialmente di detrito oppure ad essere nascosti da questo ai bordi.

Il confronto fotografico qui a fianco riporta un classico esempio di questa situazione. L’asterisco rosso posizionato in alto nelle due fotografie, identifica una parte del ghiacciaio che con il passare degli anni sarà sempre più coperta di detrito. In questo caso si tratta di detrito proveniente dalla parete rocciosa sovrastante. L’area fra la fronte glaciale ed il limite superiore del lago è occupata da detrito ma, al di sotto di questo, vi sono ancora lenti di ghiaccio che sono però difficilmente misurabili. Stessa situazione nella parte laterale sinistra delle due fotografie (per chi guarda). Alcune di queste lenti sono in continuità con la massa glaciale visibile mentre altre sono isolate.

Con il passare degli anni, in molti di questi ghiacciai l’area coperta da detrito aumenterà rispetto all’area visibile diventando predominante. Il ghiacciaio, protetto dall’irraggiamento solare diretto avrà un basso tasso di fusione e continuerà ad essere presente per diversi anni sotto la coltre detritica, anche se in forma ridotta, frammentata e difficilmente misurabile. L’ambiente glaciale perderà così una delle sue valenze paesaggistiche più importanti ma potrà ancora fornire acqua per alcuni anni.

 

Ghiacciaio di Arguerey S., La Thuile (fonte CNR-IRPI)
Ghiacciaio di Arguerey S., La Thuile (fonte GeoClimAlp)

Significative riduzioni di spessore sono state osservate in questa campagna glaciologica per gran parte dei ghiacciai alpini.

La neve presente all’inizio della stagione estiva sui ghiacciai – variabile in relazione alla zona e alla quota ma comunque sempre dell’ordine di alcuni metri di spessore – si è fusa totalmente tra la seconda quindicina di luglio e la prima quindicina di agosto.

Molti ghiacciai hanno così cominciato a presentare un bilancio negativo. Da una fusione nivale si è passati ad una fusione glaciale. Sulle superfici di molti ghiacciai è iniziato così un intenso ruscellamento superficiale che ha portato alla formazione di veri e propri torrenti glaciali (bedièrès).

L’osservazione continua e annuale di alcuni ghiacciai ha dato modo di stimare con accuratezza la perdita di spessore.

Ad esempio, nel confronto fotografico riportato qui a fianco è possibile apprezzare la comparsa di una lente rocciosa nella porzione centrale di un ghiacciaio (freccia gialla). Dopo quattro anni la piccola lente rocciosa ha assunto dimensioni che non necessitano commenti.

Per lo stesso periodo la perdita di spessore del ghiaccio è stata stimata in circa 10-15 m.

La lente rocciosa è stata raggiunta lo scorso anno e quest’anno. Dalla posizione delle tacche rosse segnate sulla roccia nel 2018 e nel 2019 la perdita di spessore annuale è stata stimata in circa 3,5 m (qui un video di dettaglio).

 

Quale sarà lo scenario nel 2050?

Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate
Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate

Le previsioni non sono buone. Per quanto riguarda i ghiacciai alpini italiani, il Presidente del Comitato Glaciologico Italiano, Massimo Frezzotti, in una recente intervista ha dichiarato: “I modelli ci dicono che i ghiacciai al di sotto dei 3000 m scompariranno entro il 2030-2050“.

Informazioni a scala globale invece ci provengono dal “IPCC Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate” publicato alla fine di settembre (qui la versione italiana del comunicato stampa ufficiale dell’IPCC).

In sostanza ghiacciai, neve e permafrost stanno diminuendo e continueranno a diminuire. Si prevede che questo aumenterà i pericoli per le persone, in termini di frane, valanghe e alluvioni. L’arretramento della criosfera in alta montagna continuerà ad influenzare negativamente attività produttive, ricreative, turistiche e culturali. Una sintetica ma accurata sintesi del rapporto IPCC è stata pubblicata da SMI.

… E tutto questo perché, a partire dalla seconda metà del secolo scorso l’uomo con il suo stile di vita e le sue attività, per la prima volta su questo pianeta è riuscito ad influenzare e a modificare l’ambiente e il clima a scala globale: Antropocene = grande accelerazione

L’urgenza di dare priorità in maniera tempestiva ad azioni coordinate e ambiziose per affrontare il tema dei cambiamenti climatici è ormai evidente.

Per concludere, forse Greta non ha tutti i torti

 

 

 

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