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Referendum: anche il Nobel Giorgio Parisi interviene nel dibattito, facendo un po’ di confusione

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Il dibattito sulla riforma della giustizia si è progressivamente trasformato, da parte dei sostenitori del No, in una sorprendente e reiterata sfiducia nei magistrati stessi. A renderla esplicita è stato anche il premio Nobel Giorgio Parisi, che ha definito “demenziale” l’introduzione del sorteggio per la scelta dei componenti del futuro Consiglio superiore della magistratura, sostenendo che esso impedirebbe la presenza di magistrati di prestigio ed esperti delle “questioni più sottili”, finendo per indebolire gravemente l’autorevolezza dell’organo di autogoverno. In questa lettura, il magistrato sorteggiato — non selezionato attraverso le elezioni dominate dalle correnti — non sarebbe soltanto meno rappresentativo, ma addirittura incapace di svolgere il proprio ruolo.

La posizione di Giorgio Parisi contro il sorteggio nel CSM può essere confutata in modo lineare partendo da un equivoco di fondo: Parisi identifica il sorteggio con la casualità incompetente, come se significasse scegliere magistrati senza alcun criterio. In realtà, il sorteggio proposto riguarda solo magistrati che possiedono già requisiti di professionalità, anzianità e idoneità, quindi non introduce persone incapaci ma rompe semplicemente i meccanismi di selezione politica interna.

Un secondo errore riguarda la confusione tra prestigio e autorevolezza. Parisi ritiene che senza magistrati “di prestigio” il CSM perda peso, ma quel prestigio è spesso il prodotto del correntismo, cioè di reti di potere organizzate. L’autorevolezza istituzionale, invece, nasce dall’indipendenza, dall’imparzialità e dalla percezione di equità, non dalla notorietà dei singoli componenti.

Parisi inoltre critica il sorteggio senza affrontare il problema che esso intende risolvere, cioè la cattura del CSM da parte delle correnti, emersa chiaramente negli scandali degli ultimi anni. Il sorteggio non serve a migliorare la competenza tecnica, che nella magistratura è già elevata, ma a spezzare i meccanismi di scambio, le carriere negoziate e la lottizzazione degli incarichi.

La sua posizione idealizza poi le elezioni come strumento meritocratico, ignorando che nella pratica esse premiano soprattutto chi dispone di apparati organizzati e di consenso politico interno, non necessariamente i magistrati migliori. Difendere le elezioni senza correttivi significa quindi difendere lo status quo.

Infine, l’argomento di Parisi ha una chiara impronta elitaria: l’idea che solo pochi “esperti di questioni sottili” debbano decidere. Ma il CSM non è un circolo accademico, è un organo di autogoverno democratico, in cui la rotazione e la limitazione del potere delle élite sono una garanzia, non una minaccia.

In conclusione, Parisi critica giustamente il correntismo ma rifiuta l’unico strumento che ne rende strutturalmente difficile la sopravvivenza. Così facendo, finisce per difendere un sistema che egli stesso riconosce come problematico.

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