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Quanti anti-europeisti ci sono in Italia e perché: il peso dell’ignoranza e della disinformazione

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L’euroscetticismo in Italia non è un fenomeno marginale né recente. Da oltre un decennio, una parte consistente della popolazione manifesta diffidenza, ostilità o aperto rifiuto nei confronti dell’Unione Europea. Ma quanti sono davvero gli anti-europeisti in Italia? E soprattutto: perché lo sono?

Euroscettici “duri” in Italia (dati aggiornati al 2025-2026)

Gli euroscettici duri (o “hard Eurosceptics”) sono coloro che sostengono esplicitamente l’uscita dall’UE (Italexit) o dall’eurozona, o ritengono l’appartenenza all’UE nettamente negativa.

  • Secondo i sondaggi recenti (Standard Eurobarometer primavera 2025 e rilevazioni successive), questa categoria rappresenta una minoranza stabile ma ridotta: stimata tra il 15-20% della popolazione adulta.
  • Circa il 30-32% degli italiani pensa che il Paese “non abbia beneficiato” dall’UE (dato tra i più alti in Europa, secondo Eurobarometer 2025), ma solo una parte di questi arriva a volere l’uscita esplicita.
  • Il sostegno all’euro rimane altissimo (oltre l’80% è favorevole nell’area euro, record storico nel 2025), e non emergono maggioranze per un referendum sull’uscita. FONTE Eurobarometro – Rappresentanza in Italia
  • Partiti esplicitamente “hard eurosceptic” come Italexit rimangono marginali nei sondaggi (sotto il 2-3%), con consenso limitato.
  • In calo rispetto ai picchi del 2018-2020 (quando arrivava al 40-50% in alcuni scenari ipotetici di referendum), grazie a fattori come il Recovery Fund e preoccupazioni geopolitiche.

Stima numerica

  • Popolazione adulta: ~48-50 milioni.
  • Euroscettici duri: 7-10 milioni (15-20%).

L’Italia: un paradosso europeo

Il dato è paradossale. L’Italia è uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea ed è tra i principali beneficiari netti di fondi europei, soprattutto dopo il 2020 con il Next Generation EU. Nonostante ciò, l’euroscetticismo rimane elevato, spesso più che in paesi economicamente meno integrati o più penalizzati dal mercato unico.

Questo paradosso non può essere spiegato solo con motivazioni economiche. Al contrario, molte delle ragioni dell’anti-europeismo italiano affondano le radici in fattori culturali, comunicativi e cognitivi, tra cui spicca un elemento scomodo ma centrale: l’ignoranza diffusa sul funzionamento dell’UE.

Ignoranza non come insulto, ma come dato sociale

Parlare di ignoranza non significa bollare gli anti-europeisti come stupidi. In senso sociologico, ignoranza significa mancanza di informazioni corrette, strumenti interpretativi e conoscenze di base. E su questi aspetti l’Italia presenta criticità profonde.

Una larga parte della popolazione:

  • non sa distinguere tra UE, Consiglio Europeo, Commissione e Parlamento

  • non conosce quali competenze siano europee e quali nazionali

  • attribuisce all’Europa decisioni prese dai governi italiani

  • ignora i benefici economici indiretti dell’appartenenza all’UE

Questo vuoto informativo crea un terreno fertilissimo per narrazioni semplicistiche e fuorvianti.

L’Europa come capro espiatorio

In Italia l’Unione Europea è spesso utilizzata come capro espiatorio politico. Governi e opposizioni, per decenni, hanno scaricato su “Bruxelles” la responsabilità di scelte impopolari: tasse, tagli alla spesa, riforme del lavoro, vincoli di bilancio.

Il risultato è una percezione distorta: l’UE viene vista come un’entità esterna, ostile e punitiva, quando in realtà molte decisioni europee sono negoziate e approvate anche dall’Italia, spesso con il consenso dei governi italiani stessi.

Chi non possiede gli strumenti per comprendere questo meccanismo finisce per accettare una narrazione semplice: “L’Europa ci impone tutto”. Una spiegazione falsa, ma psicologicamente rassicurante.

Il ruolo dei media e della politica

Un altro fattore cruciale è la qualità del dibattito pubblico. In Italia l’informazione sull’Europa è spesso:

  • episodica

  • sensazionalistica

  • ridotta a slogan

  • concentrata sui conflitti e non sui processi

Raramente si spiega come funziona davvero l’UE. Ancora più raramente si raccontano le politiche europee di lungo periodo in modo accessibile. In questo vuoto comunicativo, i partiti populisti hanno costruito consenso, proponendo soluzioni semplici a problemi complessi: uscire dall’euro, “riprenderci la sovranità”, stampare moneta.

Soluzioni che funzionano a livello emotivo, ma che crollano a un’analisi economica minima.

Ignoranza economica e paura del futuro

Molto dell’anti-europeismo italiano nasce anche da una scarsa alfabetizzazione economica. Concetti come debito pubblico, inflazione, mercati finanziari, bilancia commerciale ed euro vengono spesso fraintesi o completamente ignorati.

In questo contesto:

  • l’euro viene visto come causa dell’impoverimento

  • l’UE come nemica del welfare

  • la globalizzazione come complotto

La realtà è più complessa: molti problemi italiani – bassa produttività, evasione fiscale, debito elevato, inefficienza amministrativa – precedono l’euro e non dipendono dall’UE. Ma riconoscerlo richiede conoscenze e, soprattutto, la disponibilità ad accettare responsabilità collettive.

Identità nazionale e nostalgia

Un’altra componente dell’anti-europeismo è emotiva e identitaria. In una fase storica di incertezza economica e sociale, l’idea di “nazione” appare come un rifugio. L’Europa viene percepita come una minaccia all’identità culturale, anche quando questa percezione non ha basi concrete.

Qui l’ignoranza assume una forma diversa: ignoranza storica. Si dimentica che l’UE nasce proprio per evitare le guerre tra stati europei, che l’Italia ha prosperato nel contesto europeo e che molte delle libertà date per scontate – mobilità, studio, lavoro – sono frutto dell’integrazione.

Anti-europeismo informato vs anti-europeismo ignorante

È importante distinguere. Esiste un europeismo critico, legittimo e necessario, che mette in discussione:

  • deficit democratici

  • squilibri tra stati membri

  • politiche economiche restrittive

Ma questo è molto diverso dall’anti-europeismo fondato su slogan, falsità e semplificazioni. Purtroppo, in Italia, la seconda forma è numericamente dominante.

 

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