di Antonio Lo Campo
Da Prada a Dainese (e ora Decathlon), l’Europa e l’Italia stanno costruendo il futuro dell’attività nello spazio. Non è uno slogan: è la fotografia di un continente che ha deciso di giocare un ruolo da protagonista nella nuova corsa allo spazio, e di un Paese, il nostro, capace di portare competenze uniche fin dentro le missioni più audaci.
L’Europa ha compiuto un passo decisivo con EuroSuit, il primo prototipo continentale di tuta intraveicolare: un concentrato di ingegneria, ergonomia e innovazione. Progettata da CNES, Spartan Space, MEDES e Decathlon, permette agli astronauti di indossarla o rimuoverla in meno di un minuto, grazie a materiali intelligenti, mobilità avanzata, regolazioni su misura e sistemi di biomonitoraggio estremamente raffinati. Una tuta che non è un semplice indumento tecnico, ma un tassello della strategia europea verso un’autonomia piena nel volo umano.

In questa visione l’Italia ha una voce forte, riconosciuta e ascoltata. Dainese ha rivoluzionato il modo in cui affrontiamo i problemi fisiologici della microgravità con la Skinsuit, nata dalla collaborazione con l’ESA: una tuta che “ricrea” la gravità terrestre e protegge la colonna vertebrale degli astronauti, cucita letteralmente addosso a loro. È l’ingegno italiano che trasforma l’abbigliamento tecnico in scienza applicata allo spazio.
A questa eccellenza si affianca un’altra icona del made in Italy: Prada, coinvolta nella progettazione della tuta lunare AxEMU per la missione Artemis III della NASA, insieme ad Axiom Space. Il contributo non è estetico, ma profondamente tecnico: materiali avanzati, leggerezza, ergonomia, gestione termica. Il design diventa tecnologia, e l’alta moda diventa strumento di esplorazione.

.
È qui che si vede la forza dell’Europa e dell’Italia: un ecosistema capace di far dialogare ingegneria aerospaziale, medicina dello spazio, sport, moda, ricerca dei materiali e creatività industriale. Un mix che altri Paesi ci invidiano e che rende il nostro contributo alle missioni internazionali non solo importante, ma spesso decisivo.
Per capire meglio quanto questo ruolo sia riconosciuto anche dagli esperti, abbiamo chiesto al giornalista scientifico e divulgatore di astronautica Antonio Lo Campo cosa pensa della presenza italiana ed europea nella conquista spaziale. Lo Campo sottolinea come la nostra forza risieda proprio nella capacità di innovare trasversalmente: unire settori che, all’apparenza, non avrebbero nulla a che fare con lo spazio, ma che nello spazio trovano nuove applicazioni e nuovo valore. Secondo lui, Italia ed Europa stanno dimostrando di non essere semplici “fornitori”, ma motori di idee, tecnologie e visioni che contribuiscono a definire come vivremo e lavoreremo oltre l’orbita terrestre.
E così, tra tessuti avanzati, design futuristico, ricerca scientifica e ingegneria d’avanguardia, il futuro delle attività nello spazio parla sempre più europeo. E sempre più italiano.
—————-
“L’Europa, e in questo contesto l’Italia, che ne è il terzo paese contribuente in ambito spaziale, è ormai una potenza spaziale riconosciuta da tempo. Siamo un po’ indietro in alcuni settori, primo fra tutti quello dell’autonomia per le missioni spaziali con astronauti. Ma ci arriveremo presto. Per il resto, siamo leader in tutti i settori dell’astronautica. La situazione politica e di collaborazione internazionale con gli USA, paradossalmente ci sta dando una forza maggiore. Non ha alcun senso inseguire gli USA e Elon Musk per fare loro concorrenza. Sono troppo avanti. Piuttosto possiamo crearci una grande autonomia in vari settori,a cominciare proprio dai satelliti applicativi, da quelli stile Starlink a per molte applicazioni, come già da tempo abbiamo fatto con i satelliti Galileo per la navigazione. E la strada è già intrapresa a livello politico. Questo, naturalmente non impedirà mai di cooperare per le grandi imprese spaziali, a cominciare dalla collaborazione con gli USA da sempre locomotiva mondiale nei grandi programmi spaziali. L’Europa ha avuto la grande capacità di unire quasi tutte le sue bandiere sotto l’ESA, e quindi mettere insieme le risorse di tante nazioni europee. L’ESA è ormai da tempo una grande agenzia spaziale, tra le maggiori e più attive al mondo. Come Paese Italia siamo terzi non solo in ambito ESA ma anche storicamente, perché siamo stati anche la terza nazione ad inviare in orbita un satellite di propria costruzione nel lontano 1964.
Le tute spaziali Axiom Prada, che io però definirei più “scafandri spaziali”, date le loro caratteristiche e dimensioni, sono un gioiello dell’astronautica e della tecnologia di oggi. Axiom, è una compagnia spaziale privata con sede a Houston che sta costruendo, sempre con noi italiani, la prossima stazione spaziale che sostituirà la ISS, e che è stata co-fondata da un grande ingegnere e manager spaziale ex NASA come Mike Suffredini, di origini toscane. Non stupisce che abbia scelto Prada per realizzare gli scafandri lunari per le prossime imprese di sbarco lunare di Artemis. Per il Programma Apollo furono realizzati gli scafandri A-7L, qualcosa di straordinario per l’epoca. Ma siamo negli anni sessanta. Oltretutto con molte parti cucite a mano da sarte reclutate dalla NASA. Talmente straordinarie che quelle usate ancora oggi sulla ISS in qualche modo derivano da quelle Apollo. Ma di tanto in tanto creano problemi, poiché ormai un po’ superate. Invece le quelle nuove Axiom Prada sono le vere tute scafandro del prossimo futuro. Peraltro a titolo di curiosità, va ricordato che nel 1971 gli astronauti dell’Apollo 15 vollero assolutamente che lo stemma della loro missione venisse realizzato da un grande stilista italiano, fiorentino, come Emilio Pucci. Quindi, già all’epoca lo spazio degli USA ci guardava con ammirazione in ambito di stile e design.
Il nostro astronauta Walter Villadei, Colonnello dell’Aeronautica Militare che lavora per Axiom a Houston, le ha collaudate di recente a terra, e mi ha riferito che nonostante l’ingombro e la gravità terrestre, sono davvero assai flessibili e nell’ambiente lunare di un sesto di gravità saranno davvero versatili e persino , quasi comode. Oltre ad essere tecnologicamente super avanzate.
Noi italiani d’altra parte nell’abbigliamento per imprese estreme siamo ormai diventati leader mondiali, e vi sono anche nuove realtà, come la startup pugliese Rea Space, incubata presso l’I3P dell’ESA e Politecnico di Torino, che ha già realizzato delle tute spaziali, di quelle in tessuto da usare comunque nello spazio, già testate in orbita e che promettono di diventare le future tute per gli interni delle future stazioni in orbita terrestre e lunare.

Antonio Lo Campo, da circa 25 anni svolge attività di giornalista scientifico , in particolare per il settore aerospaziale. Collabora con i quotidiani “La Stampa” e “Avvenire”, e per i mensili di astronomia “Nuovo Orione” (dove cura la rubrica “Cronache Spaziali”), “Le Stelle” (cura la rubrica di astronautica), e per altre testate (sia cartacee che web) di informazione scientifica e spaziale.
È autore di decine di libri, tra i quali Il ritorno sulla Luna (Chiaramonte Ed), e Storia dell’astronautica (L’Airone Ed), e come coautore per altre opere editoriali. Ha preso parte a trasmissioni in TV e radio locali e nazionali, quasi sempre come ospite esperto su temi legati ai voli spaziali, e ha collaborato ad alcune trasmissioni RAI, comprese “Viaggio nel cosmo”, di Piero Angela, e Geo & Geo. All’attività giornalistica, affianca quella di organizzatore o relatore di conferenze e convegni su temi di scienza e spazio. Ha incontrato e intervistato molti astronauti, di diverse nazionalità, compresi gli astronauti delle missioni Apollo e alcuni dei protagonisti delle prime missioni russe.

Comments