News Società

Quando il potere si specchia nella propria ombra: la necessità di anticorpi civili in una società malata di protagonismo

legalita-giovanni-firera

di Giovanni Firera 

Ci sono momenti in cui la cronaca non racconta soltanto un fatto, ma illumina una struttura. Le vicende legate ai grandi scandali internazionali, alle reti di relazioni opache tra finanza, politica e celebrità, non sono solo episodi giudiziari: sono la radiografia di un sistema che per troppo tempo ha coltivato l’illusione dell’intoccabilità. Il tema non è semplicemente la colpa di singoli individui. Il punto più profondo è un altro: l’esistenza di un ambiente in cui il potere tende a proteggere sé stesso, a costruire zone franche, a trasformare l’influenza in immunità. È in questa distorsione che si consuma la frattura tra élite e cittadini.

Per anni abbiamo assistito a una narrazione pubblica fondata sul prestigio, sul successo, sull’accesso esclusivo. I potenti non erano soltanto ricchi o influenti: erano modelli, riferimenti, simboli di una riuscita sociale apparentemente indiscutibile. Ma quando il prestigio diventa schermo, quando l’ammirazione sostituisce il controllo, la democrazia si indebolisce. Il potere, in sé, non è una patologia. È uno strumento necessario per governare società complesse. Diventa però pericoloso quando smette di essere responsabilità e si trasforma in autoreferenzialità. Quando l’esercizio della funzione pubblica non è più servizio, ma privilegio. Quando la legge, invece di essere il confine invalicabile, diventa un elemento negoziabile.

Le recenti rivelazioni e le ondate di documenti che hanno attraversato l’opinione pubblica internazionale hanno mostrato quanto fragile sia il mito dell’élite irreprensibile. Non si tratta soltanto di accertare responsabilità penali; si tratta di prendere atto che il sistema globale delle relazioni di potere è più vulnerabile di quanto si volesse ammettere. La vulnerabilità non nasce dall’esistenza di colpe individuali, ma dalla cultura che le rende possibili. Una cultura in cui il successo economico viene equiparato alla superiorità morale. In cui l’accesso ai salotti giusti garantisce una sorta di sospensione del giudizio. In cui il prestigio sociale attenua la percezione della gravità dei comportamenti.

È qui che la società contemporanea mostra un sintomo più profondo: una malattia di protagonismo e di edonismo. Viviamo in un tempo che celebra l’esposizione continua, l’autoaffermazione, la costruzione di un’immagine vincente. Il potere, in questo contesto, non è più soltanto capacità decisionale: è spettacolo, narrazione, costruzione di consenso attraverso la visibilità.

Il protagonismo esasperato alimenta una competizione permanente, in cui l’apparenza conta più della sostanza. L’edonismo diffuso legittima l’idea che il successo giustifichi ogni eccesso. In questa cornice culturale, la trasgressione non è più percepita come deviazione, ma come prova di forza. Quando una società interiorizza questa logica, diventa più tollerante verso le zone grigie. Le reti di complicità prosperano non solo per calcolo, ma per fascinazione. L’élite non è controllata: è ammirata. E l’ammirazione, se non è accompagnata da spirito critico, diventa la prima forma di indulgenza.

La crisi di fiducia nelle istituzioni nasce anche da questo. I cittadini non si indignano soltanto per le eventuali colpe dei potenti; si indignano perché percepiscono una doppia morale. Una per chi sta in alto, una per chi resta ai margini. La legge appare severa con i deboli e prudente con i forti. È una percezione che, se non contrastata, erode il patto sociale. Ecco perché non basta invocare trasparenza.

La trasparenza è uno strumento, non una garanzia. Pubblicare documenti, rendere pubbliche informazioni, esporre relazioni opache è necessario, ma non sufficiente. Senza una cultura della responsabilità, la trasparenza rischia di trasformarsi in spettacolo mediatico, in arma di lotta politica, in consumo emotivo destinato a esaurirsi con il ciclo delle notizie.

Occorrono anticorpi sani. Gli anticorpi di una società non sono solo le leggi, ma le coscienze. Sono le istituzioni indipendenti che resistono alle pressioni. Sono i magistrati che applicano la norma senza guardare il rango. Sono i media che indagano senza farsi sedurre dall’accesso privilegiato. Sono i cittadini che non confondono il successo con la virtù. Gli anticorpi sono anche educazione civica, senso del limite, cultura della sobrietà. In una società malata di protagonismo, l’antidoto è il primato del servizio. In una società sedotta dall’edonismo, l’antidoto è il recupero del valore della responsabilità.

La democrazia non si difende solo punendo i colpevoli; si difende ricostruendo un’etica pubblica condivisa. Il potere deve tornare a essere percepito come un incarico temporaneo, non come uno status permanente. Come una funzione, non come un privilegio. Come un peso, non come un trofeo.

Comments

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *