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Perché gli Stati Uniti di Trump hanno messo il Venezuela nel mirino?

maduro

Una strategia che affonda le radici nella Dottrina Monroe [*]

L’ostilità dell’amministrazione Trump nei confronti del Venezuela non è stata un’improvvisazione né il semplice riflesso di una crisi regionale. Al contrario, si è inserita in una tradizione strategica statunitense lunga oltre due secoli: la Dottrina Monroe. Proclamata nel 1823 dal presidente James Monroe, questa dottrina sanciva un principio chiaro e ambizioso: l’intero continente americano doveva essere considerato una sfera di influenza privilegiata degli Stati Uniti, al riparo dalle ingerenze delle potenze europee. Da allora, questo assunto ha continuato a orientare, in forme diverse, la politica estera di Washington.

Nel corso della storia, la Dottrina Monroe non è rimasta una dichiarazione astratta. È stata invocata più volte per giustificare interventi diplomatici, militari ed economici in America Latina. Il Venezuela, in particolare, è uno dei casi più emblematici. Già nel 1895, gli Stati Uniti intervennero diplomaticamente in una disputa territoriale tra il Venezuela e l’Impero britannico sulla Guyana Esequiba, affermando il proprio ruolo di arbitro continentale. Pochi anni dopo, nel 1902, Washington si oppose al blocco navale imposto da Gran Bretagna, Germania e Italia contro Caracas per il recupero di crediti insoluti. Anche in quel caso, la Dottrina Monroe fu richiamata come fondamento dell’azione americana.

Il ritorno della Dottrina Monroe nel XXI secolo

Saltando al XXI secolo, l’amministrazione Trump ha ripreso esplicitamente questo impianto ideologico. Non è un caso che nel 2018 e 2019 alcuni dei principali esponenti della politica estera trumpiana, come il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, abbiano citato apertamente la Dottrina Monroe come guida dell’azione statunitense in America Latina. Il contesto, però, era profondamente cambiato: non più potenze europee, ma nuovi attori globali – Cina, Russia e Iran – stavano rafforzando la propria presenza economica, politica e militare nella regione, e in particolare in Venezuela.

Perché il Venezuela è strategico per Washington

Il Venezuela di Nicolás Maduro rappresentava, agli occhi di Washington, una triplice minaccia. Sul piano ideologico, era l’erede del chavismo, un modello politico apertamente ostile agli Stati Uniti. Sul piano strategico, offriva a Mosca e Pechino un punto d’appoggio in un’area considerata vitale per la sicurezza americana. Sul piano energetico, rimaneva uno dei paesi con le maggiori riserve di petrolio al mondo, nonostante il collasso produttivo degli ultimi anni.

Il Venezuela resta il Paese con le maggiori riserve provate di petrolio al mondo. Lo ricorda Andrea Moccia, che già nel suo libro Un tesoro al piano terra (2021) citava i dati Opec sulle riserve globali. Un elemento strutturale che, pur non spiegando da solo la crisi del Paese, va tenuto in considerazione per comprendere le sue complesse dinamiche geopolitiche.

venezuela ppetrolio

In questo quadro, la pressione statunitense si è tradotta in un mix di sanzioni economiche, isolamento diplomatico e sostegno all’opposizione interna.

Il 2019 e la sfida Guaidó-Maduro

Il momento di massima tensione si è raggiunto nel 2019, quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela, contestando la legittimità della rielezione di Maduro. Questa scelta, sostenuta da diversi paesi occidentali ma non da tutti gli attori internazionali, ha segnato un salto di qualità nello scontro. Washington ha intensificato le sanzioni sul settore petrolifero e finanziario venezuelano, con l’obiettivo dichiarato di forzare un cambio di regime.

Tuttavia, la strategia non ha prodotto i risultati sperati. Maduro è rimasto al potere, anche grazie al sostegno delle forze armate, che si sono rivelate l’elemento decisivo dell’equilibrio interno. Da questo punto di vista, il ruolo dell’esercito venezuelano è centrale: finché i vertici militari continueranno a garantire lealtà al presidente, qualsiasi pressione esterna difficilmente potrà tradursi in un rovesciamento del regime.

La “Fortezza Nord America” e la competizione globale

L’approccio trumpiano al Venezuela si inserisce in una visione più ampia, talvolta definita come costruzione di una “Fortezza Nord America”. In questa prospettiva, gli Stati Uniti mirano a ristabilire un controllo politico e strategico più diretto sul proprio continente, riducendo l’influenza di potenze extra-emisferiche e riaffermando una leadership messa in discussione negli ultimi decenni. È una rilettura moderna della Dottrina Monroe, adattata a un mondo multipolare.

Il nodo del diritto internazionale: perché l’argomento è debole

È frequente l’obiezione secondo cui “Trump non avrebbe potuto invadere il Venezuela perché il diritto internazionale lo vieta”. L’affermazione è formalmente corretta sul piano normativo, ma politicamente e giuridicamente incompleta, se non fuorviante.

Il diritto internazionale contemporaneo vieta l’uso unilaterale della forza armata (articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite), prevedendo due eccezioni classiche: l’autodifesa individuale o collettiva (articolo 51) e l’autorizzazione esplicita del Consiglio di Sicurezza. Tuttavia, la prassi internazionale degli ultimi trent’anni mostra come queste categorie siano state interpretate in modo estensivo, flessibile o apertamente strumentale dalle grandi potenze, in particolare dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

L’invasione dell’Iraq nel 2003 rappresenta il caso più evidente: un’operazione militare priva di mandato ONU, giustificata attraverso una controversa dottrina della “pre-emption” e da risoluzioni precedenti reinterpretate retroattivamente. Nessun meccanismo giuridico internazionale è stato in grado di impedirla o sanzionarla. Analogamente, l’intervento NATO in Kosovo nel 1999 avvenne senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, ma venne successivamente qualificato da ampi settori della dottrina come “illegal but legitimate”, una formula che di fatto sancisce la subordinazione del diritto alla decisione politica. Nel caso libico del 2011, infine, una risoluzione formalmente limitata alla protezione dei civili fu rapidamente estesa a un’operazione di regime change, senza conseguenze giuridiche rilevanti per gli Stati coinvolti.

Questi precedenti indicano un dato strutturale: nel sistema internazionale non esiste un’autorità superiore in grado di far rispettare il divieto dell’uso della forza nei confronti delle grandi potenze, se non attraverso il consenso o l’equilibrio tra poteri nel Consiglio di Sicurezza. Il diritto internazionale, in questo senso, non opera come un vincolo coercitivo, ma come un quadro normativo negoziabile, spesso adattato ex post alle scelte strategiche già compiute.

Nel caso venezuelano, un’eventuale azione militare statunitense non sarebbe stata fermata da un’impossibilità giuridica in senso stretto. Washington disponeva già di potenziali cornici giustificative: il riconoscimento di Juan Guaidó come presidente legittimo, l’argomento della crisi umanitaria, la dottrina della protezione dei cittadini e degli interessi statunitensi, nonché la possibilità di qualificare l’intervento come “assistenza richiesta” da un governo ritenuto legittimo. Tutti strumenti già utilizzati in altri contesti per costruire una legittimazione formale, se non consensuale.

La vera ragione della mancata invasione va quindi cercata altrove: nella valutazione dei costi strategici, politici e militari. Resistenza armata interna, destabilizzazione dell’area caraibica, coinvolgimento diretto o indiretto di Russia e Cina, assenza di un consenso internazionale sufficientemente ampio e incertezza sul controllo del “day after”. In questo contesto, il diritto internazionale ha svolto prevalentemente una funzione retorica e argomentativa, utile a giustificare decisioni già prese, ma non decisiva nel determinarle.

La posizione dell’Europa 

E infine c’è l’Europa, assorbita dal dossier ucraino. Secondo Andrés Malamud, quanto accaduto in Venezuela segnala un quadro più ampio: Mosca avrebbe lasciato cadere Maduro per ottenere vantaggi strategici maggiori, con ricadute dirette sul continente europeo. Gli Stati Uniti, sostiene il politologo, avrebbero già concesso a Putin ciò che cercava: il riconoscimento politico, la fine della cooperazione militare con Kyiv e un negoziato impostato bilateralmente, escludendo di fatto sia l’Ucraina sia l’Unione europea.

In questo scenario, il diritto internazionale rischia di restare un riferimento soprattutto normativo e simbolico, difeso quasi esclusivamente dagli europei, mentre le grandi potenze tornano a muoversi secondo logiche di sfere d’influenza. Il Venezuela, ancora una volta, si colloca al centro di questo passaggio d’epoca.

Ipocrisia a due velocità: Putin ieri, Trump oggi

È difficile non notare l’ipocrisia politica di chi fino a ieri difendeva a spada tratta Putin e oggi si scaglia contro Trump. Facciamo un po’ di chiarezza:

La Russia, sotto la guida di Putin, ha invaso l’Ucraina, calpestando il principio di integrità territoriale e sovranità degli Stati sancito dall’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite. Ogni giorno ci sono notizie di bombardamenti su civili, infrastrutture critiche e violazioni del diritto internazionale umanitario. Giuridicamente parlando, si tratta di un crimine internazionale grave, un’aggressione diretta contro uno Stato sovrano.

QUI LA MAPPA DEI BOMBARDAMENTI DELLA RUSSIA IN UCRAINA IN TEMPO REALE

Trump, per quanto criticabile su molti fronti, non ha mai compiuto un’aggressione diretta contro un altro Stato sovrano. Alcune sue azioni militari o diplomatiche possono essere discusse, ma dal punto di vista del diritto internazionale sono molto meno gravi rispetto all’invasione russa dell’Ucraina.

E allora ci si chiede: come è possibile che chi ieri giustificava o minimizzava l’aggressione di Putin oggi trovi il coraggio di ergersi a paladino della legalità internazionale contro Trump? È evidente una doppia morale ideologica: la sovranità e il diritto internazionale vengono difesi a corrente alternata, a seconda di chi è il “buono” o il “cattivo” nella narrativa politica, non in base ai fatti o alla legge.

La verità è semplice: la gravità giuridica di Putin supera di gran lunga qualsiasi azione di Trump. Chi cambia bandiera a seconda della convenienza ideologica perde ogni credibilità. La sovranità non è un comodo slogan politico: è un principio universale che va rispettato sempre, non a giorni alterni.

NOTE

[*]  La Dottrina Monroe è un principio fondamentale della politica estera degli Stati Uniti, proclamato nel 1823 dal presidente James Monroe durante il suo messaggio annuale al Congresso.

In sintesi, la Dottrina Monroe affermava che:

  • le potenze europee non dovevano più intervenire o colonizzare nelle Americhe;

  • qualsiasi interferenza europea nel continente americano sarebbe stata considerata una minaccia agli Stati Uniti;

  • in cambio, gli Stati Uniti si impegnavano a non intervenire negli affari interni dell’Europa.

Il motto non ufficiale che la riassume è spesso espresso come:
“L’America agli americani” (dove per “americani” si intendevano gli Stati Uniti).

Contesto storico

All’inizio dell’Ottocento molte colonie dell’America Latina si stavano emancipando dai grandi imperi europei, in particolare dalla Spagna. Washington temeva che le monarchie europee potessero tentare di riconquistare quei territori. La Dottrina Monroe nacque quindi come strumento di difesa geopolitica, ma anche come affermazione dell’ambizione statunitense di leadership nel continente.

Evoluzione nel tempo

Con il passare dei decenni, la Dottrina Monroe cambiò significato:

  • XIX secolo: strumento per bloccare il ritorno delle potenze coloniali europee;

  • inizio XX secolo: giustificazione di interventi diretti degli Stati Uniti in America Latina (soprattutto con il “corollario Roosevelt”);

  • Guerra Fredda: base ideologica per contrastare l’influenza sovietica nell’emisfero occidentale;

  • XXI secolo: richiamata in chiave anti-cinese e anti-russa, come nel caso del Venezuela.

Significato politico

La Dottrina Monroe ha avuto un doppio volto:

  • per gli Stati Uniti, è stata uno strumento di sicurezza e di affermazione strategica;

  • per molti paesi latinoamericani, è stata percepita come una forma di egemonia o di interferenza.

In breve

La Dottrina Monroe non è solo una dichiarazione storica, ma un paradigma geopolitico duraturo, che ha influenzato per oltre due secoli i rapporti tra Stati Uniti, America Latina ed Europa (e oggi le grandi potenze globali).

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