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La grazia di Sorrentino apre la Mostra del Cinema: il potere come solitudine

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di Alberto Invernizzi

«Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (…) può concedere la grazia e commutare le pene». Con questa citazione dall’articolo 87 della Costituzione italiana si apre La grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino, presentato in concorso e scelto come titolo di apertura della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Dopo Parthenope, Sorrentino torna a dirigere Toni Servillo, qui nei panni del Presidente della Repubblica Mariano De Santis. A differenza de Il Divo e di Loro, non si tratta di un ritratto diretto di una figura reale, ma di un personaggio fittizio che richiama implicitamente Sergio Mattarella. Due i nodi centrali della vicenda: da un lato la valutazione delle richieste di grazia presentate da due condannati per uxoricidio in circostanze opposte; dall’altro il dibattito politico e personale sull’approvazione della legge per l’eutanasia.

Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino

Il film esplora anche la dimensione privata del Presidente: il ricordo della moglie defunta, un tradimento mai chiarito risalente a quarant’anni prima e il rapporto complesso con i figli, in particolare con Dorotea (Anna Ferzetti), magistrato che lo affianca nelle decisioni istituzionali, ma con cui resta una distanza affettiva evidente.

Sul piano delle interpretazioni, Toni Servillo restituisce un Presidente misurato, segnato da malinconia e riflessione, più incline al silenzio che all’enfasi. Anna Ferzetti offre una Dorotea fredda e statica: la sua prova è composta, ma resta trattenuta e lascia l’impressione di un ruolo che poteva esprimere maggiore intensità. A dominare la scena è Coco Valori, amica di lunga data del Presidente, un personaggio schietto e diretto che non esita a dire ciò che pensa. Milvia Marigliano la interpreta con naturalezza e incisività, regalando al film alcuni dei momenti più vividi.

Cate Blanchett
Cate Blanchett

Il tema principale del film è uno dei più cari a Sorrentino: la solitudine. Non un concetto originario del regista, ma un’eredità dichiarata da Martin Scorsese, per cui il protagonista è sempre un uomo solo, escluso dalla società. Così è stato nei film di Sorrentino: in Il Divo, in Loro, in The Young Pope, la centralità del potere non cancella mai l’isolamento interiore. Anche in La grazia il Presidente Mariano De Santis vive la stessa condizione, imprigionato dal proprio ruolo e dai suoi fantasmi. Il riferimento torna persino al cortometraggio Homemade, realizzato durante la pandemia, dove Sorrentino mostrava la solitudine di figure come Papa Francesco e la Regina Elisabetta. In questo caso l’ironia riguarda l’Italia: il film si apre con la Costituzione che elenca i poteri del Presidente della Repubblica, ma ci mostra un Capo dello Stato bloccato nell’attendismo, incapace di agire. È lo stesso immobilismo che segnava Cheyenne in This Must Be the Place: un uomo vincolato al passato, che non riesce a muoversi. L’ironia sta proprio qui: avere il potere di fare tutto, ma non fare nulla.

Toni Servillo
Toni Servillo

Con La grazia si è aperta ufficialmente la Mostra del Cinema, inaugurata da un red carpet affollato di ospiti internazionali, da Cate Blanchett e Tilda Swinton a Heidi Klum. Primo tra tutti è però Francis Ford Coppola.
La programmazione prosegue serrata: i prossimi titoli più attesi sono Bugonia di Yorgos Lanthimos, con Emma Stone e Jesse Plemons, e Jay Kelly di Noah Baumbach, con George Clooney e Adam Sandler.

Alberto Invernizzi
nostro inviato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Biennale di Venezia

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