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In difesa di Antonino Zichichi

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La morte di Antonino Zichichi invita a un esercizio difficile e necessario: tenere insieme luci e ombre, senza ridurre una vita a una caricatura

Negli ultimi anni, alcune sue prese di posizione — sul clima, sull’evoluzione — si sono collocate lontano dal consenso scientifico e hanno legittimamente suscitato critiche. Non vanno negate né addolcite. Ma fermarsi lì sarebbe raccontare una storia incompleta.

Per decenni, Zichichi è stato un fisico di primo piano e un protagonista assoluto della divulgazione scientifica italiana. Ha contribuito a portare la scienza fuori dai laboratori e dalle aule universitarie, rendendola tema di conversazione pubblica, di curiosità diffusa, di passione civile. In un Paese dove il rapporto con la cultura scientifica è stato spesso fragile, questo non è un merito minore.

La lunga traiettoria degli scienziati

C’è poi un elemento umano che merita di essere considerato. Molti grandi scienziati, giunti alla maturità o alla fine della vita, hanno sentito il bisogno di interrogarsi sul significato ultimo di ciò che avevano studiato e, più in generale, sul senso dell’esistenza. Albert Einstein rifletteva sul “sentimento religioso cosmico”; Isaac Newton, dopo aver rifondato la fisica, dedicò anni alla teologia; Werner Heisenberg e Erwin Schrödinger non smisero mai di interrogarsi sul rapporto tra scienza, filosofia e metafisica.

Non è una fuga dalla razionalità, ma spesso il suo esito più onesto: quando la potenza degli strumenti cresce, cresce anche la consapevolezza dei limiti. Da giovani, i fisici possono sentirsi come se avessero trovato il “vero libro dell’universo”. Con il tempo, molti si accorgono che ciò che hanno letto è, al massimo, l’introduzione.

Il disegnatore Quino ha colto perfettamente il rapporto tra fisici e conoscenza dell'Universo
Il disegnatore Quino ha colto perfettamente il rapporto tra fisici e conoscenza dell’Universo

La fisica — come ogni grande impresa umana — porta con sé una tensione costante tra presunzione e umiltà. È presuntuosa quando crede di aver chiuso il discorso sulle leggi ultime del reale; è umile quando riconosce che ogni teoria è provvisoria, ogni modello parziale, ogni successo un passo in un cammino senza fine. Difendere Zichichi significa anche difendere questo diritto degli scienziati a sbagliare fuori dal laboratorio, a cercare risposte che non stanno in un’equazione, senza che ciò cancelli il valore di una vita di ricerca e di divulgazione.

Un giudizio intero

Si possono — e si devono — criticare le sue posizioni controverse degli ultimi anni. Ma si può, nello stesso tempo, riconoscere che Antonino Zichichi ha contribuito in modo decisivo a costruire una cultura scientifica più ampia e partecipata in Italia. Tenere insieme queste due cose non è un compromesso: è l’unico modo adulto di giudicare una figura complessa.

Forse la lezione finale è proprio questa: la scienza avanza quando accetta i propri limiti. E anche i suoi protagonisti, quando arrivano alla fine del viaggio, hanno il diritto di guardare quel libro immenso — l’universo — e dire con sincerità di averne letto solo le prime pagine.

Il mio giudizio sui fisici

Personalmente ho conosciuto fisici brillanti ma anche terribilmente arroganti. Gente convinta — davvero — che tutto ciò che non è fisica “dura” sia una scienza di serie B: l’ingegneria come semplice manualistica, la biologia come un caos di eccezioni, la chimica come una contabilità di reazioni. E ogni tanto, con la stessa leggerezza con cui si alza un sopracciglio, liquidano anni di studio altrui con una battuta: “Sì, ma dov’è la teoria elegante?”.

Questa cosa, paradossalmente, è diventata persino materiale da commedia. In The Big Bang Theory, il giovane fisico Sheldon che alla fine vince il Nobel per una intuizione della fidanzata,  è divertente proprio perché è una caricatura credibile: simpatico, geniale, ma anche problematico. Bullo intellettuale. Misura le persone con un metro unico — il suo — e chi non rientra nello standard viene corretto, sminuito, ridicolizzato. Non importa se l’altro è un ingegnere capace, una biologa competente, o semplicemente una persona normale: se non parla la sua lingua e non corre alla sua velocità, per lui vale meno.

Ecco: io credo che questo atteggiamento dica qualcosa di importante anche su come guardare a figure come Zichichi, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Perché l’arroganza “da fisico” non è solo un difetto caratteriale: è una tentazione culturale. È l’idea che, avendo in mano modelli potenti e un linguaggio matematico impressionante, si possa parlare con la stessa autorità di qualsiasi cosa: clima, biologia, filosofia, teologia, politica della scienza. Come se la competenza fosse trasferibile per osmosi.

Ma la vita — e la scienza, se è scienza vera — prima o poi presenta il conto. E a un certo punto, anche il fisico più sicuro di sé può scoprire che l’universo non è un problema da risolvere una volta per tutte. Che quello che hai letto, in fondo, è solo l’introduzione del libro: affascinante, sì, ma pur sempre un inizio. Che la biologia non è “fisica sbagliata”, l’ingegneria non è “fisica applicata con le viti”, e le discipline umanistiche non sono un passatempo: sono altri modi — necessari — di descrivere il reale.

Io non sto dicendo che l’arroganza vada giustificata. Sto dicendo che va capita come meccanismo: spesso nasce dal successo, dall’ambizione, dalla sensazione di toccare le fondamenta del mondo. Quando sei giovane e hai risultati, ti senti invincibile. Quando sei più vicino alla fine, e guardi indietro, può arrivare una specie di vertigine: tutto ciò che hai conquistato è enorme… eppure non basta a rispondere alle domande più grandi.

Per questo, nel giudicare Zichichi, io voglio tenere insieme due cose. Da un lato, la necessità di criticare le posizioni discutibili — senza edulcorarle. Dall’altro, la consapevolezza che il percorso di uno scienziato non è una linea retta: è fatto di intuizioni, limiti, ossessioni, derive, e anche di un bisogno umano di senso che, a un certo punto, bussa alla porta.

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