Nella storia della scienza ci sono momenti epocali: la scoperta della gravitazione universale, la teoria della relatività, il bosone di Higgs. E poi ci sono momenti più silenziosi ma altrettanto gustosi, come quando qualcuno apre un libro vecchio di cinque secoli e trova, a margine, gli appunti di uno dei più grandi scienziati della storia. Un po’ come scoprire che Leonardo da Vinci aveva lasciato la lista della spesa dietro un affresco.
È più o meno quello che è successo alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Tra le pagine di un’edizione del 1551 dell’Almagesto dell’astronomo Claudio Tolomeo — il manuale di astronomia che per oltre mille anni ha spiegato a tutti come funzionava l’universo (spoiler: secondo lui girava tutto intorno alla Terra) — sono spuntate alcune annotazioni marginali attribuite a un lettore piuttosto esigente: Galileo Galilei.
Ora, chiunque abbia frequentato una biblioteca universitaria sa che esistono due categorie di lettori. Quelli che trattano i libri come reliquie e quelli che li riempiono di sottolineature, frecce, punti esclamativi e commenti più o meno educati. Galileo, a quanto pare, apparteneva alla seconda categoria. La differenza è che, quando lui scriveva qualcosa a margine, non era il solito “questo capitolo non si capisce niente”, ma piuttosto osservazioni matematiche, conti, e forse qualche velata perplessità sul fatto che tutti i pianeti dovessero fare complicatissime acrobazie pur di girare intorno alla Terra.
L’Almagesto era il capolavoro dell’astronomia antica. Tolomeo aveva costruito un sistema così elaborato di epicicli, deferenti e altre meraviglie geometriche che l’universo sembrava una specie di orologio svizzero progettato da un ingegnere particolarmente ansioso. Il problema era che, a furia di aggiustamenti, quell’orologio stava diventando sempre più complicato. Ed è facile immaginare il giovane Galileo, piegato su quelle pagine, che prende appunti e forse pensa qualcosa del tipo: “Possibile che per spiegare il cielo serva tutta questa ginnastica?”
Gli studiosi ritengono che le note risalgano agli anni in cui Galileo insegnava matematica a Pisa, quindi prima delle sue celebri osservazioni telescopiche. Non siamo ancora al momento in cui dirà al mondo che la Terra non è il centro dell’universo. Ma si intravede il momento in cui il dubbio comincia a farsi strada. E nella storia della scienza, il dubbio è spesso l’inizio di tutto.
C’è anche qualcosa di profondamente umano in questa scoperta. Perché, al di là delle rivoluzioni scientifiche, quello che vediamo è uno studente — per quanto geniale — che legge un testo difficile e prende appunti ai margini. È lo stesso gesto che fanno oggi migliaia di studenti davanti a un manuale ostico, con la sola differenza che le loro annotazioni difficilmente verranno analizzate dagli storici cinque secoli dopo.
Insomma, mentre noi litighiamo con i PDF e i tablet, Galileo scribacchiava sui libri. E, a quanto pare, lo faceva abbastanza bene da lasciare tracce che ancora oggi raccontano qualcosa del momento in cui un uomo iniziò a sospettare che forse, dopotutto, non eravamo davvero al centro di tutto.
Tolomeo probabilmente non sarebbe stato molto contento. Ma bisogna ammettere che, per un libro di astronomia del II secolo, continuare a far discutere nel XXI non è affatto un cattivo risultato.
Nella foto in copertina: Copia a stampa dell’Almagesto di Tolomeo, pubblicata a Basilea nel 1551, con postille autografe attribuibili a Galileo Galilei