Gravita Zero: comunicazione scientifica e istituzionale

Rai Scuola chiude: e quasi nessuno se ne è accorto

La nostalgia non si paga con il canone

C’è una parola che ritorna sempre, come un riflesso condizionato, ogni volta che il servizio pubblico cambia pelle: “cultura”. E puntuale arriva anche la polemica. L’ultima ondata riguarda la fine di un canale lineare dedicato alla scuola, sostituito da un nuovo progetto editoriale e da una migrazione verso il digitale.

Ma al netto del rumore mediatico, resta un dato difficilmente aggirabile: quel canale non lo guardava quasi nessuno.

I numeri sono lì a raccontarlo senza retorica. Share medio attorno allo 0,14% nel 2024, 0,13% nel 2025, sotto lo 0,10% nel 2026. Tradotto: poche migliaia di spettatori medi in un Paese di milioni di contribuenti. In alcuni periodi si scendeva persino allo 0,01%. Non è una flessione, è un’irrilevanza strutturale.

Share mensile di Rai Scuola – Dati Auditel relativi al giorno medio mensile

 

A questo punto la domanda non è ideologica, ma funzionale:
ha senso mantenere un canale lineare che nessuno guarda, finanziato da tutti?

Il nodo vero: la responsabilità delle risorse

Difendere a oltranza certi spazi televisivi in nome della “missione educativa” suona nobile, ma rischia di diventare una scorciatoia retorica. Perché il servizio pubblico non è un concetto astratto: è sostenuto economicamente dai cittadini.

E allora la prospettiva cambia.
Non si tratta di essere contro la cultura, ma di evitare che la cultura diventi un alibi per inefficienze croniche.

Un canale con ascolti prossimi allo zero non è un presidio culturale. È un contenitore che non intercetta il pubblico. E quando questo accade per anni, non siamo davanti a una fase di transizione: siamo davanti a un modello che non funziona.

Il paradosso della difesa analogica

C’è poi un elemento quasi paradossale. Si invoca la necessità di innovare la divulgazione scientifica, ma la si difende attraverso uno strumento che appartiene al passato: il canale lineare.

La realtà è già altrove.
Il pubblico – soprattutto quello giovane – non consuma più contenuti in quel modo. L’ecosistema della conoscenza è ormai distribuito, on demand, frammentato e accessibile in qualsiasi momento.

Continuare a difendere il modello televisivo tradizionale significa ignorare un cambiamento già avvenuto.
È come voler proteggere un’enciclopedia cartacea mentre tutto il mondo studia su piattaforme digitali.

Cultura o rendita di posizione?

La polemica sembra allora poggiare su un equivoco di fondo: si confonde la difesa della cultura con la difesa di un formato.

Ma le due cose non coincidono.

Se i contenuti educativi continuano a esistere – e vengono anzi rilanciati sulle piattaforme digitali – non siamo davanti a una cancellazione, ma a una trasformazione necessaria.

Il rischio reale non è perdere un canale.
È continuare a finanziare strutture che sopravvivono per inerzia o nostalgia, senza alcuna efficacia.

Servizio pubblico o museo?

Il servizio pubblico ha una missione, certo. Ma non può trasformarsi in un museo di sé stesso.

Quando un canale registra ascolti infinitesimali per anni, difenderlo a priori non è più una battaglia culturale. È una posizione ideologica che ignora un principio fondamentale:
le risorse pubbliche devono essere utilizzate in modo efficiente.

La cultura non si misura dalla quantità di canali esistenti, ma dalla loro capacità di raggiungere le persone.

Il punto di svolta: la cultura dove vive davvero

Ed è qui che entra in gioco la vera notizia, quella che cambia il quadro: mentre il dibattito resta ancorato al passato, il futuro si sta già costruendo altrove.

Arrivano i privati.
Arrivano nuovi modelli.
Arrivano linguaggi che parlano davvero agli studenti.

Tra questi, un esempio emblematico è Geopop Scuola.

Un progetto che nasce con un’ambizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: portare i programmi scolastici delle materie scientifiche in formato video, accessibili, chiari, on demand, pensati per YouTube e per le modalità reali di fruizione degli studenti.

Minerali, limiti, derivate, moto uniformemente accelerato: ogni argomento avrà un contenuto dedicato, costruito come supporto didattico complementare – non sostitutivo – a libri e lezioni.

Si parte dalle scuole medie, con un’impostazione che segue i programmi ufficiali, ma con un linguaggio contemporaneo.
Non una televisione che trasmette.
Ma una piattaforma che dialoga.

Il progetto vedrà la luce tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, ma il segnale è già chiarissimo:
l’innovazione educativa non passa più dalla TV lineare.

Vent’anni avanti

E allora la vera conclusione è quasi inevitabile.

Mentre si discute se salvare un canale che nessuno guarda, c’è chi costruisce strumenti che parlano direttamente alle nuove generazioni, nei luoghi che frequentano ogni giorno.

Non è una questione di pubblico contro privato.
È una questione di efficacia contro inerzia.

Geopop Scuola – e progetti simili – non rappresentano solo un’alternativa.
Rappresentano un salto di paradigma.

Perché non cercano di adattare il vecchio modello al presente.
Partono dal presente per costruire il futuro.

E in questo senso, il distacco è evidente:
non qualche anno, ma vent’anni di differenza rispetto a un canale lineare concepito per un mondo che non esiste più.

La scuola resta il luogo più importante della nostra società.
Ma proprio per questo, i suoi strumenti devono evolversi.

Difendere il passato non è sempre sinonimo di difendere la cultura.
A volte è solo un modo per non affrontare il cambiamento.

E il cambiamento, nel frattempo, è già arrivato.