Gravita Zero: comunicazione scientifica e istituzionale

Il Prof. Schettini sotto accusa: il processo ai “like” mentre l’Italia finge di non ricordare i veri abusi

La storia è ormai chiara: docente di fisica e divulgatore, è stato trascinato in una polemica che ruota attorno a due insinuazioni principali.  Ma siamo sicuri che tutte le magagne della Scuola italiana oggi sia attribuibile a un unico docente, amatissimo dai suoi allievi, che ha “osato” rompere gli schemi? 

La storia è ormai chiara:  docente di fisica e divulgatore, è stato trascinato in una polemica che ruota attorno a due insinuazioni principali. Primo: la classe sarebbe stata trattata come un set, con richiesta di interazioni social. Secondo (quella più pesante): l’idea che un “like” potesse in qualche modo avvantaggiare lo studente. Schettini ha replicato pubblicamente, e contemporaneamente sono emerse difese firmate da studenti ed ex studenti che descrivono un insegnante capace di motivare e spiegare davvero.

Ora, se vogliamo rendere il discorso utile e non l’ennesimo reality di indignazione nazionale, bisogna dire una cosa semplice: l’impianto accusatorio, così come è circolato, è debole. E la ragione è doppia: logica (non “torna” l’interesse) e culturale (si colpisce l’eccezione, non l’abuso vero).

“Diventare influencer” non si costruisce con 100 like di studenti

Partiamo dal cuore comico della faccenda: l’idea che Schettini sarebbe diventato un personaggio pubblico grazie a quattro cuori messi dagli studenti durante l’intervallo. È un’ipotesi che si smonta da sola.

Per diventare un divulgatore seguito da centinaia di migliaia (o milioni) di persone non basta “spingere” un po’ la propria classe. Servono contenuti che funzionano fuori dalla bolla scolastica: ritmo, chiarezza, capacità narrativa, costanza. La crescita online dipende dal pubblico generalista e dagli algoritmi, non dalla micro-platea di una singola scuola. E infatti la discussione più seria emersa nei media non è “i like lo hanno reso famoso”, ma semmai “come la scuola gestisce docenti che comunicano sui social”.

Se poi la paura è “si arricchisce chiedendo like”, anche qui: non è così che funziona. Le entrate online arrivano da sponsorizzazioni, progetti editoriali, eventi, collaborazioni, non dal like in sé. Un like non è un bonifico. È un gesto gratuito che, al massimo, aumenta la visibilità. E se davvero dobbiamo parlare di “vantaggi personali”, allora sarebbe intelligente confrontare questa storia con pratiche molto più concrete (e molto più vecchie) che il sistema ha tollerato per anni.

Il paragone che dà fastidio: i docenti che impongono l’acquisto del proprio libro

Qui entra l’esempio che molti fingono di non ricordare: i docenti universitari che “consigliano caldamente” il proprio manuale come testo imprescindibile, con la sottile e graziosa implicazione che senza quel libro l’esame diventa improvvisamente una via crucis. In alcuni casi, il libro non era nemmeno un grande testo: era semplicemente il testo, perché scritto dal docente stesso, e quindi l’unico che rifletteva esattamente come voleva sentirsi ripetere le cose.

Mettiamola in chiaro: questa pratica è stata percepita da generazioni di studenti come un’imposizione economica mascherata. Non sempre era “corruzione”, ma spesso era un abuso di posizione: io ho il potere sull’esame, tu compri il mio prodotto. Fine.

E adesso dovremmo credere che l’emergenza morale nazionale sia “un prof che invita a mettere like a contenuti gratuiti”? Cioè: per anni qualcuno ha potuto monetizzare direttamente sul bisogno dello studente (pagare il libro), e oggi facciamo finta di scandalizzarci per un invito a interagire su una lezione online accessibile a tutti?

Se vogliamo essere coerenti: se l’acquisto del libro imposto è una zona grigia che odora di conflitto d’interesse, allora il like richiesto è una zona grigia molto più piccola. Perché non c’è transazione economica. Non c’è spesa. Non c’è barriera all’accesso. E soprattutto non è credibile che “ti do il voto se mi metti cuoricini” sia il meccanismo che rende qualcuno famoso o ricco.

Perché Schettini è visto come “un problema”

Schettini viene percepito come un problema perché è un bersaglio comodo e visibile: è un volto noto, quindi è facile trasformarlo nel simbolo di tutto ciò che nella scuola non funziona, invece di affrontare responsabilità diffuse, scelte politiche, burocrazia, carenze di risorse e regole confuse. In più, in Italia il successo spesso genera sospetto: se un docente esce dallo schema, comunica bene, arriva al grande pubblico e magari guadagna anche con la divulgazione, scatta l’idea che “si stia vendendo” o che “si metta in mostra”, soprattutto tra chi vive l’innovazione come una minaccia o come una critica implicita al proprio modo di lavorare. Infine la narrazione “prof-influencer” è perfetta per media e social: è semplice, polarizzante, fa discutere e produce clic, molto più di qualsiasi discorso serio su riforme e investimenti. Risultato: invece di parlare del sistema, si processa la persona.

“Oggi guadagna di più facendo divulgazione”: e quindi?

Altro nervo scoperto: Schettini oggi può guadagnare di più come divulgatore. E allora?

La domanda corretta sarebbe: ha diritto una persona competente di valorizzare il proprio lavoro fuori dall’orario scolastico, rispettando regole e trasparenza? La risposta adulta è sì. L’alternativa è il moralismo punitivo: “Se sei un prof devi restare povero e invisibile, altrimenti sei impuro”. Che è un’idea perfetta se l’obiettivo è avere docenti demotivati, non docenti bravi.

Il tema serio, semmai, è regolamentare bene:

Ma questa è governance, non linciaggio.

Il punto più semplice: le accuse sono infondate finché restano insinuazioni

L’accusa “like in cambio di voti” è talmente grave che, se fosse vera e dimostrata, non sarebbe un meme ma un caso formale. Invece, nel racconto pubblico prevalgono testimonianze e ricostruzioni mediatiche, spesso anonime, affiancate da repliche e difese. Con questo materiale puoi fare indignazione, non una condanna credibile.

E nel frattempo succede la cosa più italiana di tutte: si prende un docente che ha fatto amare la fisica e lo si mette al rogo mediatico, mentre pratiche realmente oppressive (come l’imposizione economica del “compra il mio libro o soffri”) sono state normalizzate per decenni.

Schettini non è il problema, è un caso di studio utile

Se davvero ci importa della scuola, la lezione è questa: Schettini rappresenta un modello di comunicazione efficace che andrebbe capito, non demonizzato. Ha portato entusiasmo verso una disciplina complessa, ha costruito divulgazione accessibile e popolare, e sì, ha avuto successo. Questo non è un reato: è esattamente ciò che diciamo di volere quando ci lamentiamo che “la scuola non appassiona”.

L’Italia potrebbe scegliere due strade:

  1. trasformare ogni docente innovativo in un sospetto da interrogare;

  2. costruire regole chiare e incentivare chi riesce a insegnare bene.

Purtroppo, in genere, si decide di non fare nulla.