Bere caffè “fa bene al cervello”? Una nuova grande analisi prospettica, che ha seguito per decenni oltre 130.000 persone negli Stati Uniti, aggiunge un tassello importante al dibattito: un consumo moderato di caffè con caffeina (e anche di tè) risulta associato a un rischio più basso di demenza e a performance cognitive leggermente migliori.
Lo studio: oltre 40 anni di dati e più di 11.000 casi di demenza
Il lavoro, pubblicato online su JAMA il 9 febbraio 2026, ha combinato due coorti storiche: il Nurses’ Health Study(donne, dati 1980–2023) e l’Health Professionals Follow-up Study (uomini, dati 1986–2023). In totale: 131.821 partecipanti, seguiti fino a 43 anni (mediana 36,8).
Nel periodo di osservazione sono stati documentati 11.033 casi di demenza. I ricercatori hanno valutato i consumi con questionari alimentari ripetuti ogni 2–4 anni, distinguendo tra:
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caffè caffeinato
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caffè decaffeinato
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tè
Risultati principali: l’associazione è più forte con quantità “intermedie”
Dopo gli aggiustamenti statistici per molti possibili fattori di confondimento, chi era nel gruppo con consumo più alto di caffè caffeinato aveva:
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meno casi di demenza rispetto al gruppo con consumo più basso (141 vs 330 casi per 100.000 persone-anno);
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un rischio inferiore (hazard ratio 0,82, IC 95% 0,76–0,89).
L’aspetto più interessante è che l’effetto “più pronunciato” si osserva a livelli moderati: circa 2–3 tazze al giorno di caffè caffeinato (oppure 1–2 tazze di tè).
Il decaffeinato, invece, non ha mostrato una chiara associazione con minore rischio di demenza o migliori esiti cognitivi.
E quindi “3–4 espressi al giorno”?
Molti titoli italiani traducono le “cups” degli studi anglosassoni in numero di espressi. È una semplificazione utile, ma va letta con cautela: la caffeina in tazza varia molto in base a miscela, macinatura, estrazione e dimensione della bevanda.
In pratica: l’ordine di grandezza suggerito dallo studio è consumo moderato e regolare, non “più è meglio”.
Attenzione: lo studio non prova un rapporto causa-effetto
È un punto cruciale. Trattandosi di studio osservazionale, non può dimostrare che sia il caffè a “prevenire” la demenza. Potrebbero entrare in gioco:
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abitudini di vita complessive (dieta, attività fisica, sonno, contesto sociale);
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“reverse causation” (le persone con primi segnali di declino potrebbero ridurre il consumo di caffè).
Gli stessi autori e commentatori sottolineano che l’effetto, se presente, è modesto e va inserito in un quadro più ampio di prevenzione.
Quanto caffè è “sicuro”?
Sul fronte sicurezza, le principali indicazioni convergono su un limite per adulti sani di circa 400 mg di caffeina al giorno (con eccezioni e maggiore cautela in gravidanza e in persone sensibili).
E non conta solo il caffè: vanno considerati anche tè, cola, energy drink, integratori, cioccolato.
Cosa fare davvero per ridurre il rischio di declino cognitivo
Se l’idea è “proteggere il cervello”, il caffè può essere un tassello, ma le raccomandazioni più solide restano quelle legate allo stile di vita: attività fisica, stop al fumo, controllo di pressione, peso, glicemia e un’alimentazione sana.
Fonti principali
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Zhang Y. et al. Coffee and Tea Intake, Dementia Risk, and Cognitive Function. JAMA, pubblicato online 9 febbraio 2026 (doi: 10.1001/jama.2025.27259).
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Harvard Gazette / Mass General Brigham Communications: sintesi e commenti degli autori (9 febbraio 2026).