Nel dibattito pubblico il referendum sulla riforma della giustizia è spesso presentato come uno scontro tra politica e magistratura, o come una scelta ideologica tra “indipendenza” e “controllo”. Ma se si adotta lo sguardo della ricerca scientifica e dell’analisi comparata, il quadro che emerge è meno polarizzato e più istruttivo.
La domanda centrale non è chi “vince” tra poteri dello Stato, ma quale architettura istituzionale produce decisioni più imparziali, più affidabili e più credibili. È su questo terreno che il voto SÌ trova un solido supporto empirico.
L’Italia come anomalia istituzionale
Nei principali sistemi democratici occidentali giudici e pubblici ministeri appartengono a carriere separate, con ruoli, percorsi professionali e organi di governo distinti. È il caso, tra gli altri, di Germania, Spagna, Regno Unito, Canada, Stati Uniti e dei paesi nordici.
L’Italia rappresenta un’eccezione: giudici e pm fanno parte dello stesso ordine e condividono l’autogoverno. Questa configurazione non è imposta dalla Costituzione europea, né dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, né da standard internazionali vincolanti.
Le analisi comparative condotte da organismi come OCSE e Commissione europea per l’efficienza della giustizia (CEPEJ) mostrano che i sistemi con funzioni nettamente separate:
-
presentano una maggiore chiarezza dei ruoli,
-
riducono le ambiguità funzionali,
-
rafforzano la fiducia dei cittadini nella neutralità del giudice.
Terzietà del giudice: non solo un principio giuridico
La terzietà non è soltanto un valore normativo, ma anche un oggetto di studio empirico. Ricerche di psicologia cognitiva applicata al diritto dimostrano che la prossimità istituzionale tra accusa e giudice può favorire bias impliciti, anche in assenza di comportamenti scorretti.
La Corte europea dei diritti dell’uomo insiste su un punto chiave: la giustizia deve essere imparziale e apparire tale.
La separazione delle carriere agisce proprio su questo piano percettivo e strutturale, rendendo più evidente la distanza tra chi accusa e chi giudica.
Non è un caso che, nei paesi con carriere distinte, gli indicatori di fairness procedurale e accettazione delle sentenze risultino mediamente più elevati.
Autonomia e responsabilità: una falsa alternativa
Una parte del dibattito oppone l’indipendenza della magistratura a qualsiasi riforma degli organi di autogoverno. Ma la letteratura scientifica sulla qualità delle istituzioni suggerisce una lettura diversa.
Secondo gli studi OCSE:
-
l’indipendenza funziona meglio quando è accompagnata da meccanismi di accountability trasparenti;
-
sistemi di autogoverno totalmente chiusi tendono a sviluppare dinamiche autoreferenziali e a perdere fiducia sociale.
La riforma oggetto del referendum non elimina l’autonomia della magistratura. Introduce invece una separazione degli organi di governo tra giudici e pubblici ministeri e una Corte disciplinare distinta, secondo modelli già sperimentati in altri ordinamenti democratici.
Diritti fondamentali e salute: cosa dicono i dati
Il testo del referendum non modifica il diritto alla salute né riduce le garanzie costituzionali. Tuttavia, dal punto di vista scientifico, è rilevante un altro aspetto: la tutela dei diritti dipende anche dalla credibilità delle istituzioni che li fanno valere.
Le analisi comparative mostrano che, nei sistemi in cui il giudice è percepito come chiaramente terzo rispetto all’accusa, le decisioni in materia di sanità, ambiente e sicurezza sul lavoro risultano:
-
meno politicizzate,
-
più stabili,
-
più accettate socialmente.
In altre parole, una maggiore separazione funzionale contribuisce indirettamente a rafforzare l’efficacia delle tutele.
Il fattore fiducia
Un dato è difficilmente contestabile: l’Italia registra da anni livelli molto bassi di fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario, secondo tutti i principali indicatori internazionali.
La separazione delle carriere non è una soluzione semplice a problemi complessi, ma rappresenta un intervento strutturale coerente con le evidenze disponibili su come migliorare:
-
percezione di imparzialità,
-
trasparenza istituzionale,
-
legittimazione delle decisioni giudiziarie.
Una riforma valutabile con metodo scientifico
Votare SÌ al referendum non significa aderire a una visione politica, ma scegliere un modello istituzionale che:
-
è diffuso nelle democrazie avanzate,
-
è compatibile con gli standard europei,
-
è supportato da dati comparativi e studi empirici.
In un’ottica di divulgazione scientifica, la domanda non è se la riforma sia “di destra” o “di sinistra”, ma se migliori il funzionamento del sistema.
Alla luce delle evidenze disponibili, il SÌ appare una scelta razionale, informata e coerente con ciò che sappiamo su come funzionano le istituzioni affidabili.
PER RIASSUMERE
Stiamo attraversando una fase di profonda trasformazione e l’Italia non può permettersi di restare immobile. L’elezione di Trump negli Stati Uniti rappresenta l’ennesimo segnale di un nuovo clima che sta coinvolgendo le persone a livello globale; uno spirito che non va sottovalutato, ma che anzi impone a tutti un grande senso di responsabilità. Per avviare anche nel nostro Paese una vera stagione di rinnovamento è fondamentale votare Sì al Referendum costituzionale del 4 dicembre, così da superare un bicameralismo che rallenta il processo legislativo e un regionalismo costoso e inefficiente.
Occorre andare verso uno Stato più moderno ed efficiente, capace di semplificare le procedure, ridurre la burocrazia e recuperare risorse da destinare alla crescita e allo sviluppo. La riforma costituzionale proposta dal Referendum del 4 dicembre risponde a una richiesta avanzata da tempo e non più rinviabile, necessaria per rafforzare il funzionamento della nostra democrazia. Non a caso, al primo voto in Senato dell’8 aprile 2014, nessun parlamentare si espresse contro la riforma; e nel voto finale del 21 gennaio 2016, il 61,43% dei parlamentari si pronunciò a favore. Un dato significativo, considerando che la riforma interviene su ben 47 articoli della Costituzione.