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Referendum giustizia 2026… Sì o No: chi sta vincendo?

Spoiler: non è solo una questione di o No

Il referendum costituzionale confermativo del 22–23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia che include la separazione delle carriere sta diventando un test politico-istituzionale in cui la variabile decisiva potrebbe non essere l’opinione sul merito, ma la mobilitazione. I sondaggi disponibili a fine gennaio 2026 indicano un vantaggio del tra gli orientati, mentre la vera area grigia si concentra sulla partecipazione: in alcune rilevazioni gli indecisi non sono tanto “su cosa votare”, quanto “se andare a votare”. In un referendum confermativo senza quorum, questa dinamica può ribaltare letture troppo semplici e rendere determinanti campagne, salienza mediatica e fiducia nelle istituzioni.

Sondaggi: Sì/No (intenzione di voto)

 

Partecipazione: cosa dicono i dati

Qui c’è un punto importante: le stime differiscono a seconda di come la domanda viene posta.

Nota “di contesto” utile

Perché questo referendum conta più di quanto sembri

La separazione delle carriere, con la distinzione tra funzione requirente e funzione giudicante, è uno di quei temi che appaiono “da addetti ai lavori” finché non diventano un indicatore di clima istituzionale: fiducia nella giustizia, percezione di imparzialità, confini tra poteri dello Stato. In questo caso il contesto è decisivo perché si tratta di un referendum costituzionale confermativo e quindi senza quorum: non importa quanti votano, conta chi vota e come. Questo dettaglio sposta la partita dalla persuasione generalizzata alla mobilitazione selettiva e rende la partecipazioneuna variabile cruciale per interpretare i possibili esiti.

Che cosa dicono i numeri (e cosa non dicono)

Le rilevazioni pubbliche disponibili a fine gennaio 2026 convergono su un punto: tra chi dichiara una scelta, il appare in vantaggio rispetto al No. Tuttavia fermarsi al rapporto Sì/No rischia di semplificare troppo, perché la fotografia più interessante non riguarda soltanto l’orientamento sul merito della riforma della giustizia, ma la zona di incertezza legata alla partecipazione. In alcune indagini, infatti, la quota più consistente non è “” o “No”, bensì l’indecisione rispetto al recarsi alle urne. In un referendum costituzionale senza quorum, questa incertezza non è un dettaglio: è una leva in grado di incidere direttamente sul risultato.

L’elefante nella stanza: l’affluenza

Nei referendum su questioni istituzionali e tecniche l’affluenza è spesso il punto più difficile da stimare, perché tra l’intenzione dichiarata e il comportamento effettivo si inseriscono la copertura informativa, la salienza del tema, le dinamiche di campagna e la stanchezza elettorale. Per questo le stime di affluenza vanno lette come segnali di clima, più che come previsioni rigide: misurano quanto la questione sia percepita come importante in quel momento e quanto l’opinione pubblica sia esposta a informazioni che rendano la scelta più concreta. Se la partecipazione cresce, cambia anche il tipo di elettorato che pesa sull’esito; se cala, aumentano le probabilità che contino soprattutto gli elettori più motivati.

Tre chiavi di lettura: salienza, segnali e mobilitazione

Il primo meccanismo è la salienza, cioè il modo in cui un tema tecnico diventa personale e rilevante: se la separazione delle carriere resta confinata a un dibattito specialistico, molti elettori ricorrono a scorciatoie informative; se invece la campagna riesce a tradurre la riforma in effetti percepibili, l’opinione pubblica tende a consolidarsi e l’area di incertezza può ridursi. Il secondo meccanismo riguarda i segnali, o cue, che guidano l’interpretazione: nei referendum istituzionali l’elettore raramente legge il testo come farebbe un tecnico, ma valuta chi sostiene cosa e perché, facendo pesare la fiduciaverso istituzioni, partiti, esperti, associazioni e figure pubbliche. Il terzo meccanismo è strutturale: in un contesto senza quorum vince soprattutto chi riesce a trasformare preferenze potenziali in voti reali, e quindi la mobilitazione diventa la vera moneta politica della consultazione.

 Scenari plausibili fino al 22–23 marzo 2026

Un primo scenario è quello di una conferma del vantaggio del con affluenza sostenuta, in cui la dinamica iniziale rimane stabile e la partecipazione non si indebolisce. Un secondo scenario è quello di una polarizzazione tardiva che favorisca il No, nel caso in cui la campagna riesca a spostare il confronto sui rischi percepiti per l’indipendenza e l’equilibrio tra poteri, influenzando indecisi e “soft voters”. Un terzo scenario, spesso sottovalutato, è quello in cui cambiano poco le opinioni sul merito ma cambia chi va a votare: piccole variazioni nella partecipazione dei segmenti più motivati possono incidere in modo decisivo proprio perché il referendum è senza quorum e la competizione è, di fatto, anche una gara di mobilitazione.

Limiti dell’evidenza disponibile

I dati pubblici disponibili a fine gennaio 2026 non sono ancora numerosi e non sempre comparabili, perché cambiano metodologie, domande, trattamento degli indecisi e tempi di rilevazione. Inoltre, le stime di affluenza sono particolarmente sensibili a come si formula la domanda e a quanto il tema sia saliente nel ciclo mediatico. La lettura più corretta, dunque, non è una sentenza definitiva su “chi vincerà”, ma un’analisi su dove risiede la volatilità dell’opinione pubblica e su quali leve possano spostare l’esito in un referendum costituzionale senza quorum.

A fine gennaio 2026 il sembra partire avanti, ma la variabile che potrebbe davvero decidere l’esito è la partecipazione, cioè quante persone sceglieranno concretamente di votare. In una consultazione senza quorum, il risultato dipende meno da una conversione di massa e più dalla combinazione di salienza, fiducia e mobilitazione. Per questo la domanda più interessante non è soltanto “ o No?”, ma chi riuscirà a rendere la separazione delle carriere abbastanza rilevante da spostare l’affluenza e, con essa, la direzione finale del voto.