Gravita Zero: comunicazione scientifica e istituzionale

Piero Carcerano tra pensiero sistemico, cultura del restauro e città osmotica

Dal pensiero di Buckminster Fuller alla lezione di Andrea Bruno, una riflessione sul progetto contemporaneo come esercizio di conoscenza, misura e responsabilità

Nell’intervista pubblicata su Interiorissimi in cui l’Architetto Piero Luigi Carcerano affronta il tema dell’adattamento delle città al cambiamento climatico emerge una posizione che va ben oltre la questione, oggi centrale, del contrasto alle isole di calore. Alberi, acqua, ombreggiamento, permeabilità dei suoli e nuovi materiali diventano infatti l’occasione per formulare una riflessione più generale sulla natura stessa del progetto contemporaneo.

Il nucleo del ragionamento potrebbe essere condensato in una delle sue affermazioni: «Non possiamo progettare una parte ignorando ciò che accade alle altre».

È una dichiarazione che colloca il progetto all’interno di una concezione sistemica della realtà e che suggerisce un confronto, con le necessarie distinzioni storiche e culturali, con il pensiero di Richard Buckminster Fuller.

Non si tratta di stabilire una derivazione diretta. Sarebbe improprio attribuire a Carcerano un’appartenenza alla genealogia fulleriana senza elementi che documentino tale influenza. Più interessante è riconoscere una convergenza metodologica: l’idea che l’architettura non possa più essere interpretata come produzione di oggetti autonomi, ma debba essere compresa come trasformazione consapevole di sistemi complessi di relazioni.

Fuller: dal progetto dell’oggetto al progetto del sistema

Buckminster Fuller fu tra coloro che nel Novecento portarono alle conseguenze più radicali l’idea del progetto come strumento capace di mettere in relazione tecnologia, energia, materia, risorse e società.

La sua ricerca non può essere ridotta alle celebri cupole geodetiche, che costituiscono soltanto la manifestazione più riconoscibile di un pensiero assai più vasto. Dai progetti Dymaxion alla World Game, fino alla formulazione della Comprehensive Anticipatory Design Science, Fuller cercò di costruire un metodo attraverso il quale il progettista potesse comprendere e anticipare il comportamento dei sistemi.

La metafora della Spaceship Earth ne rappresenta forse l’espressione più efficace: la Terra come sistema finito, caratterizzato da risorse limitate e da relazioni di interdipendenza che rendono impossibile modificare indefinitamente una componente senza produrre conseguenze sulle altre.

Il progetto diventa così uno strumento di comprensione prima ancora che di trasformazione.

È precisamente su questo terreno che il pensiero espresso da Carcerano nell’intervista presenta interessanti punti di contatto.

Quando osserva che «un sistema non funziona perché ogni componente è perfetto. Funziona quando le componenti trovano un equilibrio tra loro», Carcerano sposta infatti l’attenzione dall’elemento alla relazione.

L’albero, la strada, l’edificio, il suolo, l’acqua e la mobilità cessano di essere categorie progettuali indipendenti e diventano componenti di un sistema urbano nel quale ogni modificazione produce effetti sulle altre.

La città non è una superficie neutra

È tuttavia proprio nel rapporto con la città esistente che la posizione di Carcerano si allontana sensibilmente dall’orizzonte fulleriano.

Fuller tendeva verso una dimensione universalista. Cercava principi progettuali capaci di trascendere il contesto locale e di affrontare problemi alla scala dell’intera umanità. La sua era, in larga misura, una fiducia nella possibilità che conoscenza scientifica, innovazione tecnologica e capacità progettuale potessero ridefinire radicalmente il rapporto fra uomo e risorse.

Piero Luigi Carcerano – www.frontieredesign.com

Carcerano parte invece da una constatazione differente: «Le nostre città sono organismi sedimentati».

Il termine sedimentazione introduce nel sistema una variabile decisiva: la storia. Una città europea non è un territorio astratto sul quale applicare un modello ottimale. È il risultato di secoli di trasformazioni, sovrapposizioni, infrastrutture, edifici, vincoli, permanenze e cancellazioni. Sotto una strada esistono reti tecnologiche; sotto una piazza possono sopravvivere stratificazioni archeologiche; intorno a uno spazio pubblico insistono edifici, attività, mobilità, esigenze di accessibilità e valori percettivi. Di conseguenza anche una soluzione apparentemente indiscutibile – piantare un albero, rendere permeabile un suolo, introdurre acqua o ombra – può rivelarsi inefficace o persino incompatibile con il luogo.

Da qui una delle proposizioni centrali della riflessione di Carcerano: prima della cura viene la diagnosi.

Andrea Bruno e la cultura dell’ascolto

In questa attenzione alla stratificazione è difficile non riconoscere il peso della formazione maturata da Carcerano accanto ad Andrea Bruno, figura centrale nel dibattito internazionale sul restauro e sull’intervento contemporaneo nel patrimonio storico.

La lezione del restauro introduce nel progetto un atteggiamento profondamente diverso rispetto all’idea della tabula rasa: prima di trasformare bisogna leggere.

Materia, tecniche costruttive, modificazioni e permanenze costituiscono informazioni che il progettista deve interpretare prima di stabilire ciò che può essere modificato.

Carcerano sintetizza questa dialettica attraverso una formula particolarmente efficace:

«L’industria insegna il controllo. Il restauro insegna l’ascolto».

L’ascolto dell’esistente non implica immobilismo. Al contrario, significa riconoscere quali elementi costituiscano un valore da preservare e quali possano essere trasformati affinché il sistema continui a funzionare.

È un principio tradizionalmente appartenente alla cultura del restauro che Carcerano trasferisce alla scala urbana e, in particolare, al problema dell’adattamento climatico.

La città storica non deve essere congelata, ma neppure trattata come un supporto neutro sul quale applicare dispositivi ambientali standardizzati.

Tutela e trasformazione cessano così di essere termini necessariamente contrapposti.

Il tempo come componente del progetto

Dal restauro deriva anche un altro elemento decisivo: il tempo. Carcerano osserva che progettare un albero significa immaginare non soltanto l’albero dell’inaugurazione, ma quello che occuperà quello spazio tra venti o trent’anni.

«Se progettiamo soltanto l’immagine del giorno dell’inaugurazione, non abbiamo progettato un albero. Abbiamo progettato una fotografia».

La critica è significativa perché investe una certa cultura contemporanea dell’immagine architettonica, nella quale il progetto rischia di coincidere con la propria rappresentazione. Al contrario, l’architettura è inevitabilmente un processo temporale. La città contiene il proprio passato ma deve contemporaneamente anticipare condizioni future. Il cambiamento climatico rende questa dimensione ancora più evidente: ciò che viene progettato oggi dovrà funzionare fra decenni, probabilmente in condizioni ambientali diverse da quelle nelle quali è stato concepito. Il progetto diventa pertanto un dispositivo capace di mettere in relazione memoria e anticipazione. Ed è proprio qui che, pur provenendo da tradizioni differenti, Fuller e la cultura del restauro sembrano incontrarsi: il primo attraverso la capacità anticipatoria del progetto; la seconda attraverso la consapevolezza della durata e della trasformazione.

La verifica dell’industria

Esiste poi un terzo elemento nella formazione di Carcerano che contribuisce a spiegare questa impostazione: l’esperienza nel design industriale e nell’automotive. Se il restauro insegna l’ascolto, l’industria introduce la verifica.

Nel progetto industriale la forma non può essere separata dalla struttura, dall’ergonomia, dai materiali, dalla produzione, dalle prestazioni e dai costi. Ogni decisione entra immediatamente in relazione con un insieme di vincoli. È una cultura della fattibilità che Carcerano trasferisce all’architettura.

Le soluzioni urbane non vengono quindi giudicate soltanto sulla base della loro desiderabilità teorica o della loro efficacia comunicativa, ma attraverso la capacità di confrontarsi con la realtà materiale della città. È qui che emerge la critica alle “ricette climatiche”. Alberi, acqua, superfici drenanti, ombreggiamenti e nuovi materiali sono strumenti indispensabili, ma cessano di essere soluzioni quando vengono trasformati in repertorio. Il progetto consiste nello stabilire dove, come, quanto e perché utilizzarli.

Dal digitale all’intelligenza artificiale: il dato non progetta

La stessa impostazione permette di comprendere l’interesse di Carcerano per modellazione matematica, realtà virtuale, simulazione e, oggi, gemelli digitali, sensoristica e intelligenza artificiale.

Il digitale non viene interpretato semplicemente come strumento di rappresentazione, ma come dispositivo di conoscenza e verifica. È possibile simulare ombre e irraggiamento, confrontare materiali, studiare il comportamento dell’acqua, analizzare flussi e consumi, verificare scenari alternativi prima di trasformare fisicamente la città.

Ancora una volta il confronto con Fuller risulta suggestivo. Fuller attribuiva alla conoscenza, alla raccolta delle informazioni e alla capacità di anticipare gli effetti delle decisioni un ruolo centrale nella trasformazione dell’ambiente umano. Strumenti contemporanei come digital twin e intelligenza artificiale avrebbero certamente trovato terreno fertile all’interno di quella concezione sistemica.

Carcerano introduce però una distinzione fondamentale:

«Il dato non progetta».

La disponibilità di una quantità crescente di informazioni non elimina la necessità della scelta. Un algoritmo può confrontare scenari. Un modello può mostrare conseguenze. Un sistema di sensori può descrivere con precisione crescente il comportamento di una porzione di città. Ma nessuno di questi strumenti stabilisce autonomamente quale trasformazione sia culturalmente, socialmente e architettonicamente appropriata.

Il progetto rimane dunque un atto di sintesi e di responsabilità.

La Città Osmotica come sistema di scambi

È all’interno di questo quadro che acquista particolare interesse la riflessione sulla Città Osmotica, sviluppata nell’ambito dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura.

L’espressione non identifica un modello formale di città, ma un principio relazionale. La città scambia continuamente acqua, energia, materia, aria, persone e informazioni con il proprio territorio e con l’ambiente. Edifici, infrastrutture, vegetazione, mobilità e suolo non possono quindi essere affrontati come sistemi autonomi, perché appartengono allo stesso metabolismo urbano. La parentela con il pensiero sistemico novecentesco – e in particolare con alcune intuizioni fulleriane – appare evidente.

Ma anche in questo caso emerge una differenza sostanziale. La Città Osmotica descritta da Carcerano non sembra aspirare a diventare un modello universale da replicare. È piuttosto uno strumento interpretativo, un modo di leggere le interdipendenze prima di modificarle.

La differenza non è secondaria. Significa spostare l’innovazione dalla ricerca della forma ideale alla costruzione della risposta appropriata. Ed è forse questa la prospettiva più interessante attraverso la quale leggere la riflessione di Carcerano sul futuro delle città. Il problema del caldo urbano diventa infatti il banco di prova di una questione assai più ampia: come trasformare sistemi complessi senza ridurne la complessità. Non esiste l’albero giusto in assoluto, la pavimentazione giusta, la tecnologia giusta o la quantità ideale di verde. Esiste una relazione corretta – o almeno progettualmente consapevole – tra clima, luogo, materia, storia, tecnologia, società e tempo.

Fuller guardava alla Terra come a un unico grande sistema nel quale ogni risorsa e ogni decisione erano inevitabilmente interconnesse. La cultura del restauro ci ricorda invece che ogni luogo è irriducibilmente specifico perché contiene il proprio tempo.

La posizione di Carcerano sembra collocarsi precisamente nella tensione fra queste due scale: pensare sistemicamente senza perdere la specificità del luogo; innovare senza cancellare la stratificazione; utilizzare la tecnologia senza delegarle la responsabilità della scelta. In questa prospettiva assume un significato più ampio anche la frase che conclude la sua riflessione:

«Il caldo urbano non si combatte. Si progetta».

Non è soltanto uno slogan sull’adattamento climatico.

È, in fondo, una definizione del progetto stesso: conoscere prima di trasformare, comprendere le relazioni prima di modificare le parti e intervenire soltanto nella misura necessaria a costruire un nuovo equilibrio.