Gravita Zero: comunicazione scientifica e istituzionale

Massimo Auci e “Il tempo di Natan”: quando la scienza incontra la memoria

Astrofisico, cosmologo e ricercatore, Massimo Auci affianca al percorso scientifico una profonda attenzione per le grandi domande dell’esistenza umana. Con il romanzo Il tempo di Natan, l’autore affronta temi complessi come la memoria, l’identità, l’antisemitismo, il dolore ereditato dalla Storia e la necessità di interrogarsi sul senso dell’umanità.

In questa intervista, Auci racconta la nascita del libro, il significato del titolo e la costruzione dei personaggi principali, a partire da Natan Cohen e Miryam, figure attraverso le quali la narrativa diventa strumento di riflessione, introspezione e ricerca morale.


Professor Auci, lei è astrofisico, cosmologo e ha collaborato con il CERN. Come si spiega la narrativa nella biografia di uno scienziato?

Professionalmente nasco come fisico sperimentale specializzato in astrofisica e cosmologia, ma è proprio quest’ultima il mio vero campo di ricerca: comprendere l’universo. Per farlo occorre capire come si siano formati lo spaziotempo e la materia. Non mi accontento mai di risposte incomplete, perché ogni risposta parziale apre inevitabilmente la strada a nuovi interrogativi.

Esiste però una dimensione, quella umana e sociale, che forse più di ogni altra rappresenta il mistero dell’universo. Com’è possibile che la vita sulla Terra, un prodotto così prezioso del nostro universo, possa evolversi sviluppando odio e intolleranza verso un’altra parte dell’umanità?

A questa domanda non posso rispondere con delle equazioni, ma solo attraverso l’analisi e l’introspezione di un dramma storico reale. La narrativa, in questo senso, è l’unico strumento che ho a disposizione. Poi ognuno cercherà di darsi una propria risposta.


Il titolo Il tempo di Natan richiama qualcosa di preciso. È un’allusione fisica, esistenziale, o entrambe le cose?

Questa è una domanda che mi aspettavo. Per un fisico parlare di tempo è un fatto comune, specialmente per un cosmologo. In questo caso, però, Il tempo di Natan ha una dimensione più umana, anche se presenta diverse sfaccettature.

Posso dire che è il tempo soggettivo vissuto da Natan per rivivere e analizzare i propri drammi passati. Ma è anche il tempo ciclico che si ripropone anno dopo anno a partire dallo Yom Kippur: un tempo che ci è dato per migliorarci, per renderci degni di essere iscritti nel libro della vita.

È dunque un tempo di riflessione e di introspezione, necessario per comprendere cosa non va in questa umanità.


Chi è Natan? Come è nato come personaggio?

Natan Cohen è un personaggio “sintetico”, frutto di immaginazione, ma costruito con meticolosità su un modello profondamente umano. Come scrittore, ho prima costruito il passato storico della sua famiglia, poi il presente e infine il futuro.

Ciò che più conta è che, nonostante le radici paterne olandesi, Natan è un medico profondamente italiano. Ha conosciuto la Shoah solo attraverso i racconti di famiglia e dei conoscenti. È lì che ha scoperto l’esistenza dell’antisemitismo e cosa significhi sentirsi ebreo.

Da quei racconti sono nati i primi “perché”. Nel comprendere la futilità di certe risposte, Natan è rimasto profondamente turbato: non tanto per i racconti in sé, quanto per l’incapacità di trovare vere risposte a quelle domande.


E Miryam? Qual è il suo ruolo nella struttura narrativa?

Miryam è una figura fondamentale. In certi momenti sovrasta persino la figura di Natan. Senza di lei, Natan non avrebbe avuto la forza di fare tutto ciò che ha fatto. Forse sarebbe rimasto in Italia e non si sarebbe trasferito in Israele.

Il suo affetto incondizionato per la famiglia italiana è evidente. Miryam è il suo alter ego, quanto di meglio Natan avrebbe potuto sperare di incontrare in una donna per capire cosa significhi essere giusti e dare un senso al proprio modo di essere e di sentirsi.
Il tempo di Natan su Mondadori Store