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L’intelligenza artificiale sta rendendo più difficile trovare lavoro ai giovani?

Rubrica: AI per manager 

Il paradosso raccontato dal Financial Times: mai così facile candidarsi, mai così difficile distinguersi. E per gli universitari il problema non sarà competere contro l’IA, ma imparare a lavorare meglio insieme all’IA

di Claudio Pasqua 

Ho letto con particolare interesse un articolo del Financial Times che pone una domanda destinata a diventare sempre più importante: “Has AI made it harder for Gen Z to find jobs?” (trad . l’intelligenza artificiale sta rendendo più difficile per la Generazione Z trovare lavoro?)

La risposta che emerge dal pezzo è molto meno banale del consueto “l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro”. Il problema non è semplicemente che ChatGPT e gli altri sistemi di IA possano sostituire alcune professioni. Sta cambiando qualcosa di ancora più immediato: il meccanismo attraverso il quale un giovane entra nel mercato del lavoro.

Ed è proprio questo l’aspetto che dovrebbe interessare maggiormente studenti universitari, famiglie, docenti e aziende.

Fino a pochi anni fa preparare cinquanta curriculum e cinquanta lettere di presentazione richiedeva tempo. Bisognava informarsi sull’azienda, adattare il CV, scrivere una lettera, compilare moduli. Oggi un giovane, utilizzando l’intelligenza artificiale, può produrre rapidamente decine di candidature personalizzate.

Nell’articolo viene citato addirittura il caso di un ragazzo che aveva presentato 150 candidature.

A prima vista potrebbe sembrare un vantaggio straordinario. In realtà sta producendo un effetto paradossale.

Se io posso utilizzare l’IA per candidarmi a 150 posti di lavoro, altri mille candidati possono fare esattamente la stessa cosa. L’azienda, sommersa da migliaia di curriculum, reagisce nella maniera più prevedibile: utilizza a sua volta algoritmi e intelligenza artificiale per selezionarli.

E così ci troviamo davanti a qualcosa che il Financial Times descrive efficacemente come una sorta di “corsa agli armamenti” dell’intelligenza artificiale.

Da una parte l’IA scrive le candidature. Dall’altra l’IA le legge e le seleziona.

Il rischio è quasi grottesco: macchine che scrivono curriculum destinati a essere letti da altre macchine, mentre le persone che dovrebbero assumere e quelle che vorrebbero essere assunte rischiano di incontrarsi sempre più tardi nel processo.

Il curriculum perfetto rischia di non valere più nulla

Qui, a mio avviso, si presenta uno dei paradossi più interessanti dell’intelligenza artificiale generativa.

Per anni abbiamo insegnato agli studenti a costruire il curriculum perfetto, a scrivere bene una lettera motivazionale, a utilizzare il linguaggio appropriato.

Ma cosa succede quando praticamente tutti possono produrre in trenta secondi una lettera impeccabile?

Semplice: la qualità formale della lettera perde parte del suo valore come elemento di selezione.

Se tutti possono scrivere bene grazie all’IA, scrivere bene non basta più per distinguersi.

Lo stesso potrebbe accadere con presentazioni PowerPoint, relazioni, traduzioni, analisi preliminari, ricerche e persino alcune attività di programmazione.

Questo non significa che queste competenze diventino inutili. Significa che si alza enormemente l’asticella.

Il giovane laureato del futuro non potrà limitarsi a dire: “So fare una presentazione”, “so scrivere una relazione”, “so cercare informazioni” oppure “so utilizzare Excel”.

Dovrà dimostrare qualcosa in più: saper capire quale problema risolvere, verificare ciò che produce l’IA, formulare le domande giuste, prendere decisioni e assumersi la responsabilità del risultato.

Il vero problema dei giovani è l’ingresso nel mercato del lavoro

C’è poi una questione ancora più profonda.

L’intelligenza artificiale potrebbe colpire soprattutto quelle mansioni che tradizionalmente venivano affidate ai giovani appena entrati in azienda.

Pensiamo al neolaureato al quale si chiedeva di preparare una prima bozza di un documento, raccogliere dati, sintetizzare una ricerca, tradurre materiale, compilare una tabella, analizzare documenti o preparare una presentazione.

Sono precisamente molte delle attività nelle quali l’IA generativa sta diventando estremamente efficace.

Il problema, quindi, non è soltanto: “L’IA sostituirà un professionista esperto?”

La domanda forse più urgente è:

“Come farà un giovane a diventare esperto se scompare una parte dei lavori attraverso i quali un tempo si diventava esperti?”

È una questione enorme.

Un senior non nasce senior. Prima è stato junior. Ha commesso errori, svolto mansioni semplici, osservato colleghi più esperti, imparato progressivamente il mestiere.

Se automatizziamo una parte consistente del lavoro junior, dovremo necessariamente inventare nuovi percorsi di apprendistato professionale.

Per gli universitari cambia anche il significato dello studio

Ed è qui che università e formazione dovrebbero interrogarsi seriamente.

Proibire semplicemente ChatGPT agli studenti sarebbe, a mio parere, una risposta miope. Sarebbe come avere vietato Google perché rendeva troppo semplice trovare informazioni.

Bisogna fare esattamente il contrario: insegnare a utilizzare l’intelligenza artificiale molto bene, ma contemporaneamente rendere più difficile delegarle il pensiero.

Uno studente dovrebbe uscire dall’università sapendo utilizzare gli strumenti di IA meglio della media, ma dovrebbe anche possedere conoscenze sufficientemente solide per capire quando l’IA sta dicendo una sciocchezza.

Perché esiste una differenza enorme tra ottenere una risposta e capire una risposta.

E questa differenza potrebbe diventare uno dei principali criteri professionali dei prossimi anni.

Non vincerà necessariamente chi sa usare più IA

C’è un’altra conclusione che ricavo dall’articolo e che considero fondamentale.

Oggi si sente continuamente dire ai giovani: imparate l’intelligenza artificiale perché chi non saprà utilizzarla perderà il lavoro.

È probabilmente vero, ma è solo metà della storia.

Tra qualche anno saper utilizzare l’IA potrebbe essere normale quanto oggi saper utilizzare uno smartphone o un motore di ricerca.

Non sarà quindi sufficiente scrivere sul curriculum “conoscenza di ChatGPT”.

Il vantaggio competitivo sarà dato dall’unione di più capacità: conoscenza della propria disciplina, pensiero critico, creatività, capacità di comunicare, cultura generale, competenze digitali, capacità relazionali e utilizzo intelligente dell’IA.

In altre parole, non vincerà l’essere umano contro la macchina e probabilmente nemmeno la macchina contro l’essere umano.

Avrà un enorme vantaggio la persona competente che saprà utilizzare la macchina meglio degli altri.

Le competenze umane potrebbero diventare più preziose, non meno

Ed ecco il secondo paradosso.

Più aumenteranno i contenuti generati automaticamente, più potrebbe aumentare il valore di ciò che è autenticamente umano.

Saper parlare con un cliente. Capire un bisogno non espresso. Negoziare. Convincere. Guidare una squadra. Avere intuito. Collegare discipline differenti. Comprendere il contesto culturale. Assumersi una responsabilità. Inventare qualcosa che non esiste.

Sono tutte capacità molto più difficili da sintetizzare in un prompt.

Per questo il giovane universitario dovrebbe evitare due errori opposti.

Il primo è ignorare l’intelligenza artificiale pensando che riguardi soltanto informatici e ingegneri.

Il secondo è pensare che basti conoscere qualche strumento di IA per costruirsi una carriera.

Servono entrambe le cose: competenza professionale e competenza nell’IA.

Dalle “hard skills” alle competenze ibride

Probabilmente assisteremo alla crescita di figure professionali ibride.

In tutti questi casi l’IA moltiplica le capacità di chi possiede già una competenza, mentre può creare un’illusione di competenza in chi non ce l’ha.

Ed è forse questa la distinzione più importante che dovremmo insegnare ai ragazzi.

La laurea non scompare, ma cambia ciò che deve dimostrare

Non credo quindi che l’università sia destinata a diventare inutile.

Al contrario, potrebbe diventare ancora più importante, a condizione che smetta di considerare la semplice produzione di informazioni come prova principale dell’apprendimento.

Una tesina perfettamente scritta non dimostra più necessariamente che lo studente abbia compreso l’argomento.

Diventeranno probabilmente più importanti discussioni orali, progetti, laboratori, problem solving, esperienze aziendali, lavori interdisciplinari e capacità di difendere criticamente ciò che si è prodotto anche utilizzando l’IA.

La domanda non dovrebbe essere:

“Hai usato l’intelligenza artificiale?”

Dovrebbe diventare:

“Fammi vedere come l’hai utilizzata, perché hai scelto questa soluzione, quali errori hai trovato e cosa hai aggiunto tu.”

Questa sarebbe una rivoluzione educativa molto più interessante del semplice divieto.

Il futuro dei giovani non è necessariamente peggiore

Alla fine, il pezzo del Financial Times lascia aperta una questione che riguarda un’intera generazione.

Io non credo che i giovani di oggi siano necessariamente destinati ad avere meno opportunità. Credo però che avranno opportunità molto diverse da quelle che abbiamo conosciuto noi.

Alcuni lavori scompariranno. Molti cambieranno. Altri, che oggi non sappiamo neppure nominare, nasceranno.

Soprattutto, potrebbe cambiare radicalmente il concetto stesso di carriera.

Il percorso “università, assunzione, stessa professione per quarant’anni” era già in crisi prima dell’intelligenza artificiale. Ora rischia di diventare definitivamente un modello del passato.

Un ragazzo che entra oggi all’università potrebbe dover reinventare più volte le proprie competenze nel corso della vita professionale.

Per questo la capacità più importante che possiamo insegnargli forse non coincide con una singola materia.

È la capacità di continuare a imparare.

Il Financial Times parte da una domanda apparentemente semplice — l’IA sta rendendo più difficile trovare lavoro alla Generazione Z? — ma ci porta davanti a una questione molto più grande.

Non dobbiamo soltanto preparare i giovani a trovare il loro primo lavoro. Dobbiamo prepararli a vivere in un mondo nel quale il lavoro continuerà a cambiare.

E forse è proprio questa la vera sfida dell’intelligenza artificiale: non imparare semplicemente a utilizzarla, ma formare persone che continuino ad avere qualcosa di originale, competente e autenticamente umano da aggiungere a ciò che una macchina è già in grado di fare.