Nel cuore dell’estate 2026, a Filadelfia, dovrebbe svolgersi uno degli appuntamenti più prestigiosi della comunità scientifica mondiale: il Congresso internazionale dei matematici (ICM). Un evento che, ogni quattro anni, riunisce le menti più brillanti del pianeta e assegna la medaglia Fields, spesso considerata il massimo riconoscimento per un matematico. Eppure, quest’anno, attorno a questo congresso aleggia un clima inedito: quello del boicottaggio.
Una protesta globale che parte dagli accademici
A innescare la polemica è stata una petizione promossa da due studiosi, Tarik Aougab e Ila Varma, che ha rapidamente raccolto oltre 2.400 firme provenienti da circa 80 Paesi.
Non si tratta di una protesta marginale: tra i firmatari ci sono intere associazioni scientifiche e centinaia di accademici di primo piano.
Le ragioni del dissenso non riguardano la matematica in sé, ma il contesto politico degli Stati Uniti. I firmatari denunciano in particolare le politiche migratorie e le scelte militari dell’amministrazione guidata da Donald Trump, considerate un rischio concreto per la partecipazione libera e sicura degli studiosi stranieri.
In altre parole, il problema non è il congresso, ma il luogo in cui si svolge.
La medaglia Fields sotto pressione
Il nodo simbolico della protesta è proprio la medaglia Fields, assegnata durante l’ICM e ritenuta il “Nobel della matematica”.
Alcuni matematici propongono addirittura di spostare la cerimonia fuori dagli Stati Uniti, trasformando un premio scientifico in un terreno di confronto politico.
Non è la prima volta che accade qualcosa di simile: la storia della matematica conosce già episodi di boicottaggio legati a contesti geopolitici, come durante la Guerra fredda. Tuttavia, la situazione attuale colpisce per la sua ampiezza e per il fatto che riguarda una delle principali democrazie occidentali.
La scienza non è neutrale?
Tradizionalmente, la matematica è considerata la disciplina più “pura”, distante dalle contingenze politiche. Numeri, teoremi e dimostrazioni sembrano appartenere a una dimensione universale, indipendente dai governi.
Eppure, questo caso dimostra il contrario: anche la comunità scientifica, persino quella matematica, è profondamente inserita nel mondo reale. La possibilità di viaggiare, collaborare e partecipare a eventi internazionali dipende da condizioni politiche concrete. Quando queste condizioni vengono percepite come ostili o discriminatorie, la reazione può essere forte.
Il boicottaggio diventa così uno strumento di pressione, ma anche una dichiarazione di valori: apertura, cooperazione internazionale, libertà accademica.
Un segnale di isolamento?
Alcuni osservatori interpretano questa vicenda come un segnale più ampio: un possibile isolamento internazionale degli Stati Uniti, non imposto da governi ma emergente dalla società civile globale, inclusa quella scientifica.
È un fenomeno significativo perché nasce fuori dai canali diplomatici tradizionali. Non sono gli Stati a protestare, ma gli individui e le comunità professionali. E tra queste, quella scientifica ha un peso simbolico particolare: rappresenta la cooperazione globale per eccellenza.
Il futuro del congresso (e della cooperazione scientifica)
Resta da capire quale sarà l’esito concreto di questa mobilitazione. Il congresso verrà spostato? La partecipazione sarà ridotta? Oppure la protesta rientrerà?
Qualunque sia la risposta, una cosa è già chiara: la scienza non vive in una bolla. Anche la matematica, spesso percepita come il linguaggio più universale e neutrale, può diventare terreno di conflitto quando entrano in gioco diritti, sicurezza e libertà.
E forse è proprio questo il punto più interessante della vicenda: non il boicottaggio in sé, ma ciò che rivela.
Che persino chi studia l’infinito, prima o poi, deve fare i conti con il mondo reale.