Gravita Zero: comunicazione scientifica e istituzionale

Alessandro Vespignani: stiamo facendo le domande sbagliate all’AI. Ecco il rischio reale

Nel rumore mediatico delle polemiche sull’intelligenza artificiale, capita raramente di leggere un articolo che riesca davvero a cambiare il punto di vista del lettore. Il pezzo dello scienziato Alessandro Vespignani pubblicato oggi su La Stampa ci riesce con lucidità, rigore e una sorprendente chiarezza divulgativa. È uno di quegli articoli che andrebbero letti oggi stesso, soprattutto da chi parla continuamente di AI senza fermarsi a interrogarsi davvero sulla natura del fenomeno che abbiamo davanti.

Il titolo — Intervistare Claude è pericoloso se le domande sono sbagliate — potrebbe sembrare provocatorio. In realtà il cuore del ragionamento di Vespignani è molto più profondo: l’errore non sta nell’intelligenza artificiale in sé, ma nel modo in cui continuiamo ostinatamente a interpretarla con categorie umane, psicologiche, quasi spirituali. È una critica elegante ma severa all’antropomorfizzazione dei modelli linguistici, alla tentazione di chiedere alle AI se “provano emozioni”, “hanno paura”, “credono in Dio” o “sono coscienti”.

Il pezzo nasce in risposta all’articolo di Walter Veltroni pubblicato sul Corriere.

Scrivi Vespigani:  “Quell’intervista non è geniale né ridicola. È, prima di tutto, in ritardo. È un gioco che chiunque abbia avuto accesso a un modello linguistico alcuni anni fa ha provato a fare nei primi giorni: chiedergli se ha emozioni, se sogna, se teme di morire. Era la fase dello stupore iniziale, ma erano i primi giorni. Pubblicare oggi sul principale quotidiano italiano un’intervista costruita su quelle stesse domande è il sintomo di un dibattito pubblico che spesso affronta l’AI ancora nella fase dello stupore, anziché con gli strumenti culturali e scientifici necessari per comprenderne l’impatto.

Ma c’è qualcosa di più pericoloso del ritardo. Quell’intervista incarna, in forma quasi pura, la prima delle domande sbagliate che dominano il dibattito pubblico sull’AI: le macchine pensano come noi? Tiene l’attenzione inchiodata su una domanda fuorviante, trasformando una questione scientifica e tecnologica in un dilemma inesistente. L’intervista non solo cade in questo tranello, ma lo mette anche in scena. Chiede al modello di rispondere, generando un cortocircuito che alimenta l’antropomorfizzazione e impedisce di capire che cosa sia davvero Claude”.

Una foto di archivio –  anno 2011: da sin. Alessandro Vespignani, Claudio Pasqua, Albert László Barabàsi  al Premio Lagrange-Fondazione CRT a Barabàsi a Torino

 

Vespignani smonta questa impostazione con un approccio scientifico che non raffredda il dibattito, ma lo rende finalmente più interessante. Il punto centrale del suo articolo è straordinariamente attuale: l’intelligenza artificiale non va trattata come un individuo da intervistare, bensì come un fenomeno emergente da comprendere. E questa distinzione cambia tutto.

Il pezzo colpisce perché riesce a trasmetterci due cose non intuitive: criticare la superficialità di una certa narrazione mediatica sull’AI e, allo stesso tempo, aprire domande complesse sulla società che stiamo costruendo. Quando Vespignani paragona i sistemi di AI a dinamiche collettive simili a quelle delle colonie di formiche o dei sistemi complessi studiati dalla scienza delle reti, porta il lettore fuori dalla banalizzazione quotidiana e dentro un orizzonte molto più maturo.

C’è anche un merito stilistico importante: l’articolo evita sia il tecnicismo elitario sia il catastrofismo facile. Non cerca di spaventare, né di rassicurare artificialmente. Cerca di capire. E oggi, nel dibattito pubblico sull’AI, questa è forse la cosa più rara.

La forza del testo sta anche nella sua critica implicita al giornalismo contemporaneo: troppe volte si preferisce costruire interviste “virali” alle AI invece di analizzare i sistemi sociali, economici e cognitivi che queste tecnologie stanno trasformando. Vespignani invita invece a sviluppare nuovi strumenti culturali e nuovi linguaggi per leggere il cambiamento. È un invito alla complessità, ma espresso con parole accessibili.

Per questo vale la pena leggere il suo articolo oggi. Non solo per capire meglio Claude o i modelli linguistici, ma per capire meglio noi stessi: il nostro bisogno di proiettare umanità nelle macchine, la nostra difficoltà ad affrontare sistemi complessi e la velocità con cui stiamo entrando in una nuova fase della storia tecnologica senza avere ancora il vocabolario adeguato per raccontarla.

In un panorama dominato da claim, paure e semplificazioni, il pezzo di Vespignani è un raro esempio di pensiero critico autentico. E proprio per questo merita attenzione.

L’autore dell’articolo su La Stampa

Alessandro Vespignani
(Roma, 4 aprile 1965) è professore di Fisica e Informatica alla Northeastern University di Boston, dove dirige anche il Network Science Institute ed è membro dell’Academia Europaea. Grazie ai suoi numerosi lavori nel campo delle predizioni scientifiche e della teoria delle reti è considerato uno degli scienziati più quotati e riconosciuti al mondo.

In copertina: foto di Nicole Samay su Wikipedia